C’è un’usanza, solitamente yankee,
che i politici nostrani dimostrano di apprezzare moltissimo:
l’endorsement, pratica che consiste nell’annunciare
pubblicamente di appoggiare un candidato piuttosto che un altro.
E’ sì, perché dopo Giorgio
Napolitano, che dagli Stati Uniti aveva “invitato” gli elettori e
i partiti italiani a non liquidare quanto fatto da Mario Monti nei
suoi tredici mesi di governo, è giunta l’ora di Romano Prodi.
Andiamo però con ordine: domenica
scorsa, l’ex premier è intervenuto ad un comizio del Pd a Piazza
Duomo a Milano. Salito sul palco, l’ex presidente dell’Iri si è
lasciato andare, elogiando la “serietà” di Bersani e
ricordandogli che tra una settimana il centrosinistra abbandonerà le
piazze per prendere il comando del Paese.
Sempre domenica
poi, il professore bolognese ha rilasciato un’intervista al Sole24 Ore. Ma qui è un Romano Prodi diverso, è quello “che vuole
lanciare un fondo internazionale per lo sviluppo del Sahel, la lunga
fascia che attraversa l'Africa, dalla Mauritania alla Somalia, aree
tra le più povere e instabili al mondo” e per farlo gira di
nazione in nazione a “chiedere la carità” per questa “umanità
dolente”. Dopo questo breve excursus sul suo nuovo ruolo, Prodi si
ricorda però della campagna elettorale in atto nel Paese e torna
alle sue origini: “Spero che dal voto venga fuori una netta
affermazione del Pd e della coalizione di centro-sinistra così da
assicurargli la responsabilità di governo”. Ma questi non sono gli
unici due casi, perché anche qualche giorno prima Romano Prodi si
era prodigato, questa volta con un video in occasione dell’incontro
elettorale all’Europauditorium di Bologna, a incitare l’attuale
segretario del Pd. “Bisogna vincere alla grande – aveva detto -.
Non un pochino. Vincere un pochino, lo sai benissimo, provoca
rischi”.
Ora, qual è il problema se l’ex
presidente del Consiglio decide di intervenire ad un comizio del Pd o
di dire nel corso di un’intervista per chi fa il tifo a queste
elezioni, diranno in molti. Nessuno, diranno altri. Ma non noi.
Perché il problema sta nell’incarico che Prodi attualmente
ricopre, quello di inviato speciale dell’Onu nel Sahel. Un incarico
di prestigio agli occhi di alcuni e che impone a Prodi severe regole
a cui attenersi. Ma che di fatto, tutto coinvolto nella campagna
elettorale come era e com’è, non ha osservato.
In particolare, Romano Prodi non ha
rispettato il paragrafo 44 del documento Onu (ST/SGB/2002/13), che
impone il codice di condotta per funzionari e incaricati, secondo
cui: “E’ necessario per i funzionari internazionali esercitare
discrezione nel proprio supporto a una campagna o a un partito
politico”, e non “accettare o sollecitare finanziamenti, scrivere
articoli, fare discorsi pubblici o rendere dichiarazioni alla
stampa”.
I funzionari dell’Onu devono, si
legge ancora al paragrafo 1.2 F, “evitare ogni azione e, in
particolare, ogni tipo di dichiarazione pubblica che potrebbe
ripercuotersi negativamente sul loro status, o sull’integrità,
indipendenza e imparzialità che sono richieste da quello status”.
Insomma, questa campagna elettorale
sembra essere troppo importante per Prodi. Tanto importante da fargli
dimenticare i suoi obblighi verso il suo nuovo datore di lavoro.
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