mercoledì 20 febbraio 2013

L'endorsement di Romano Prodi


C’è un’usanza, solitamente yankee, che i politici nostrani dimostrano di apprezzare moltissimo: l’endorsement, pratica che consiste nell’annunciare pubblicamente di appoggiare un candidato piuttosto che un altro.
E’ sì, perché dopo Giorgio Napolitano, che dagli Stati Uniti aveva “invitato” gli elettori e i partiti italiani a non liquidare quanto fatto da Mario Monti nei suoi tredici mesi di governo, è giunta l’ora di Romano Prodi.
Andiamo però con ordine: domenica scorsa, l’ex premier è intervenuto ad un comizio del Pd a Piazza Duomo a Milano. Salito sul palco, l’ex presidente dell’Iri si è lasciato andare, elogiando la “serietà” di Bersani e ricordandogli che tra una settimana il centrosinistra abbandonerà le piazze per prendere il comando del Paese.
Sempre domenica poi, il professore bolognese ha rilasciato un’intervista al Sole24 Ore. Ma qui è un Romano Prodi diverso, è quello “che vuole lanciare un fondo internazionale per lo sviluppo del Sahel, la lunga fascia che attraversa l'Africa, dalla Mauritania alla Somalia, aree tra le più povere e instabili al mondo” e per farlo gira di nazione in nazione a “chiedere la carità” per questa “umanità dolente”. Dopo questo breve excursus sul suo nuovo ruolo, Prodi si ricorda però della campagna elettorale in atto nel Paese e torna alle sue origini: “Spero che dal voto venga fuori una netta affermazione del Pd e della coalizione di centro-sinistra così da assicurargli la responsabilità di governo”. Ma questi non sono gli unici due casi, perché anche qualche giorno prima Romano Prodi si era prodigato, questa volta con un video in occasione dell’incontro elettorale all’Europauditorium di Bologna, a incitare l’attuale segretario del Pd. “Bisogna vincere alla grande – aveva detto -. Non un pochino. Vincere un pochino, lo sai benissimo, provoca rischi”.
Ora, qual è il problema se l’ex presidente del Consiglio decide di intervenire ad un comizio del Pd o di dire nel corso di un’intervista per chi fa il tifo a queste elezioni, diranno in molti. Nessuno, diranno altri. Ma non noi. Perché il problema sta nell’incarico che Prodi attualmente ricopre, quello di inviato speciale dell’Onu nel Sahel. Un incarico di prestigio agli occhi di alcuni e che impone a Prodi severe regole a cui attenersi. Ma che di fatto, tutto coinvolto nella campagna elettorale come era e com’è, non ha osservato.
In particolare, Romano Prodi non ha rispettato il paragrafo 44 del documento Onu (ST/SGB/2002/13), che impone il codice di condotta per funzionari e incaricati, secondo cui: “E’ necessario per i funzionari internazionali esercitare discrezione nel proprio supporto a una campagna o a un partito politico”, e non “accettare o sollecitare finanziamenti, scrivere articoli, fare discorsi pubblici o rendere dichiarazioni alla stampa”.
I funzionari dell’Onu devono, si legge ancora al paragrafo 1.2 F, “evitare ogni azione e, in particolare, ogni tipo di dichiarazione pubblica che potrebbe ripercuotersi negativamente sul loro status, o sull’integrità, indipendenza e imparzialità che sono richieste da quello status”.
Insomma, questa campagna elettorale sembra essere troppo importante per Prodi. Tanto importante da fargli dimenticare i suoi obblighi verso il suo nuovo datore di lavoro.

venerdì 15 febbraio 2013

Oscar Pistorius. Dalle stelle all'epilogo più triste

Quando correva lui, era chi lo guardava a rimanere senza fiato. Perché nella corsa di Oscar Pistorius potevi vedere la forza di chi, nonostante tante difficoltà, voleva comunque superare i propri limiti.
Era una di quelle storie da prendere ad esempio, la sua. Usiamo il passato, perché ora Pistorius è protagonista di una vicenda drammatica e se le accuse dovessero essere confermate dalle prove, Pistorius diventerebbe per tutti un assassino. Infatti, nella notte di San Valentino ha ucciso nella propria abitazione di Pretoria la sua ragazza, Reeva Steenkamp. Lui sostiene di aver sparato perché convinto che si trattasse di un ladro, la polizia è fermamente convinta del contrario. Pistorius, dicono, ha assassinato intenzionalmente la ragazza.
Nato il 22 novembre del 1986 a Johannesburg, all’età di undici mesi a Pistorius vengono amputate entrambe le gambe a causa di una grave malformazione congenita: entrambi i peroni erano assenti ed i piedi erano gravemente malformati.
Stella dell’atletica dei giorni nostri, Oscar si era inizialmente avvicinato a tutt’altre discipline sportive: negli anni del liceo, infatti, aveva praticato il rugby e la pallanuoto. Poi un infortunio al ginocchio lo costrinse a stare lontano da prati e piscine e lo spinse verso la pista d’atletica.
Fu una scelta obbligata, ma che gli cambiò per sempre la vita. Dopo aver completato la propria riabilitazione, Pistorius decise di continuare a correre usando protesi al carbonio.
Non aveva neanche compiuto 18 anni che nel 2004 ai giochi para olimpici di Atene portò subito a casa due medaglie, una di bronzo nei 100 metri, l’altra d’oro nei 200. Sono successi importanti, ma Pistorius non si accontenta, vuole altro. Gareggiare con i normodotati, ad esempio. E già nel 2005, prova a chiedere di correre ai Giochi di Pechino, che si sarebbero tenuti da lì a tre anni.
Nel frattempo, la voglia di competere è così forte che Pistorius partecipa, nel 2007, ad una gara aperta a chiunque: il Golden gala di Roma.
Ma poi arriva chi comincia a mettere in dubbio che i successi di Pistorius non siano frutto solo e soltanto delle sue capacità. C’è chi comincia ad ipotizzare che quelle protesi, con le quali ha cominciato a gareggiare quando era poco più che un adolescente, forse gli garantiscono dei vantaggi. E così il 13 gennaio 2008, la Federatletica mondiale sposa questa tesi e ribadisce: “Un atleta che utilizzi queste protesi al carbonio ha un vantaggio meccanico dimostrabile (più del 30%) nel confronto con chi non usa le protesi”.
Ma solo quattro mesi dopo, il 16 maggio, il Tas, ovvero la cassazione dello sport mondiale, ribalta la sentenza. “Al momento – sosteneva chi era stato chiamato a giudicare il caso – non esistono elementi scientifici sufficienti per dimostrare che Pistorius tragga vantaggio dall’uso delle protesi”. Pistorius vede così realizzato il suo sogno: gareggiare con i normodotati.
Ma non tutto va come previsto, perché non riesce a correre al di sotto del tempo richiesto ed è costretto a partecipare nuovamente alla Paralimpiade, competizione che si rileverà particolarmente fortunata: Pistorius vince infatti tre medaglie d’oro, una nei 100 metri (11″8), una nei 200 (21″67, record paralimpico) e una nei 400 (con il tempo di 47″49, che gli vale il record del mondo).
Dal 2011 si trasferisce in Italia ad allenarsi, fra Gemona del Friuli e Grosseto. La scelta di venire nel Belpaese non è casuale: il bisnonno materno era italiano, ma poi si sposta nuovamente in Kenia. Il duro allenamento dà i frutti sperati, il 19 luglio dello stesso anno, a Lignano, conquista il diritto a gareggiare al Mondiale di Daegu nei 400 e nella 4×400, in gare aperte ai normodotati.
Nella gara individuale viene eliminato in semifinale, con la 4×400 vince la medaglia d’argento, anche se non corre la finale.
Tuttavia il sogno di Pistorius si concretizza una seconda volta, alle Olimpiadi di Londra 2012, le prime a cui parteciperà conquistando la semifinale dei 400, correndo in 45″44.
Ma le protesi gli creano problemi nel recupero della fatica e questo spiega perché il giorno dopo corre più lento di un secondo.
Le medaglie le conquista poi ai Giochi paralimpici: quarto nei 100, secondo nei 200, primo nei 400 e con la 4×400. In queste settimane si stava allenando per conquistare un posto al Mondiale di Losca, in programma dal 10 al 18 agosto del 2013. Per il resto Pistorius è un ragazzo molto attivo e si dà da fare per i bambini che vivono le sue stesse condizioni. La sua storia, insomma, è di quelle da prendere a modello. L’epilogo più triste, però, è avvenuto a Pretoria Est, in Sudafrica, ed è cronaca delle ultime ore.


(Anche su T-Mag)

martedì 12 febbraio 2013

La grande crisi dei giornali italiani

Ottocento esuberi, l’addio alla sede storica in via Solferino al civico 28 e la chiusura di circa 10 testate. Numeri impietosi, contenuti nel nuovo piano di riduzione della spesa del gruppo Rcs Media Group. La scelta del gruppo Rizzoli non è né il primo, né l’ultimo caso nel mondo dell’editoria, che vive momenti di grande difficoltà.
Nel triennio 2009 – 2011, secondo i dati raccolti dal ministero del Lavoro, sono state 37 le aziende editoriali cui è stato riconosciuto lo stato di crisi. Ben 1.210 sono stati i giornalisti in cassa integrazione, mentre sono stati 1.091 i lavoratori ai quali è stato applicato il contratto di solidarietà.
Ma la crisi che colpisce il settore dell’editoria e dell’informazione non è un fenomeno prettamente italiano. In Spagna, ad esempio e solo nel 2008, ben 80 pubblicazioni hanno sospeso la loro attività mentre 6.500 giornalisti hanno perso il posto di lavoro.
Sono tanti i fattori che contribuiscono alle difficoltà del settore. Sempre meno lettori acquistano il quotidiano, ad esempio: la diffusione media giornaliera è infatti scesa sotto le 4,5 milioni di copie, diminuendo, in soli cinque anni, nel periodo compreso tra il 2006 e il 2011, di circa un milione di copie. Nel 2008, la vendita dei quotidiani garantiva incassi per circa un miliardo e mezzo di euro. Nel 2011, tre anni dopo quindi, la vendita ha fruttato meno di un miliardo e 300 milioni di euro.
Ma a diminuire, anche in modo consistente, è anche la quantità di denaro che la carta stampa riesce ad ottenere dalla vendita degli spazi pubblicitari. L’incasso prodotto dalla pubblicità nel 2008 superava il miliardo e 400 milioni di euro. Nel 2011, ha garantito incassi per un miliardo e 160 milioni di euro.
In termini percentuali, nel 2010 la raccolta pubblicitaria è calata del 6,7% rispetto al 2010 con i quotidiani che hanno perso il 7,7%. Il trend è quindi decisamente negativo, ma tutto questo perché chi decide di pubblicizzare il proprio prodotto, azienda o servizio, ad esempio, preferisce usare metodi più innovativi, come Internet. Basti pensare che, secondo i dati dell’Osservatorio Fcp Assointernet, nel periodo compreso tra gennaio-novembre 2012, gli investimenti pubblicitari sono aumentati del 7,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Tuttavia, i ricavi pubblicitari non sempre risultano sufficienti “a compensare” le perdite accumulate dalle aziende. Allora c’è chi decide di offrire al lettore dei contenuti a pagamento anche sul web. Una scelta controtendenza, almeno al momento. Anche perché – e nel caso del Corriere della Sera, il comitato di redazione ha ricordato un certo ritardo nella programmazione di una strategia che miri alle nuove tecnologie – non è facile individuare un modello di business di successo. Il caso del New York Times è emblematico: nel 2011 decise di offrire ai lettori solo 20 articoli gratuiti, mentre per leggere il resto della versione online del quotidiano il lettore avrebbe dovuto pagare. Dall’aprile del 2012, gli articoli gratuiti scesero addirittura a 10. Tutto questo non scoraggiò i lettori, anzi. In poco tempo furono sottoscritti circa 450mila abbonamenti. C’è anche chi decide, invece, di puntare sulla creazione di una pubblicazione pensata esclusivamente per i dispositivi mobili come i tablet. Il caso più famoso è quello del The Daily del gruppo editoriale News Corporation di Rupert Murdoch. Tuttavia, l’esperimento non ha avuto successo e dopo due anni di pubblicazioni, il The Daily è stato costretto a chiudere i battenti.
Ma chi non riesce a monetizzare sufficientemente attraverso la vendita di spazi pubblicitari, di abbonamenti online o tradizionali è costretto a ridurre le spese: come il gruppo Rizzoli, per l’appunto.

(Anche su T-Mag)

venerdì 8 febbraio 2013

La crisi del Calcio, lo sport nazionale


Il calcio italiano è affetto da una grave patologia: la dipendenza dai ricavi provenienti dalla vendita dei diritti audiovisivi e l’incapacità di diversificare i propri guadagni. Questo è quanto rileva l’Istituto di ricerca Eurispes, che nelRapporto Italia 2013 ha analizzato i Report Calcio 2011 e 2012 del gruppo Figc – Arel e in particolare i dati ricavati durante le stagioni calcistiche degli ultimi tre anni.
I conti, quindi, non tornerebbero. Eppure solo qualche tempo fa, avevamo già affrontato l’argomento e la situazione non sembrava così drammatica, almeno per i grandi club.
Le troppe spese, legate soprattutto all’elevato costo del lavoro (pari al 65% del fatturato totale), non riescono ad essere ammortizzate dai ricavi delle società, incapaci di sfruttare al meglio l’enorme bacino d’utenza a disposizione. Basti pensare che secondo le stime dell’Eurispes ben sette italiani su dieci seguono il calcio professionistico italiano.
Ma i dati, messi a confronto con quelli rilevati nei principali movimenti europei, mettono in luce tutte le difficoltà del calcio italiano, i cui ricavi dipendono in maniera eccessiva dai diritti televisivi. Le società italiane sembrano non conoscere fonti di guadagno altrettanto consistenti e ciò fa sì che la maggior parte dei club si trovino con i bilanci in rosso.
“Nel 2011 – si legge nel rapporto dell’Eurispes – si registra un debito pari a 2,6 miliardi di euro, con una perdita netta di 428 milioni di euro, in crescita del 23% sulla stagione 2009/10. Su 107 club solo 19 hanno chiuso con bilancio positivo e 6 di questi sono di Serie A”.
Un tempo, le casse delle società venivano riempite dai proventi delle vendita dei biglietti. Ora, invece, gli incassi al botteghino si riducono di anno in anno.
“Una tendenza significativamente condizionata dall’avvento della pay tv che ha contribuito fortemente a far cambiare le abitudini dei tifosi appassionati”. Ma non c’è solo questo. Il tifoso preferisce seguire la propria squadra guardandola dal divano di casa anche per altri motivi: gli stadi italiani, strutture fatiscenti e poco accoglienti e “l’aumento del costo del biglietto d’ingresso o dell’abbonamento alle partite”.
“Oggi il calcio professionistico è un sistema che si sta avvitando su se stesso – rileva l’Eurispes – nell’ultimo quadriennio in Italia sembra aver raggiunto circa 1.375 milioni di euro di perdite tra le quali 428 milioni solo nella stagione 2010/2011″.
Per la prima volta dalla stagione calcistica 2003-2004, i ricavi iniziano ad abbassarsi. La causa sono le minori entrate da parte della biglietteria: si registra infatti una minore presenza negli stadi (-8%), causata dell’aumento dell’audience televisiva e dei diritti audiovisivi (-6%) e anche dalla ridotta partecipazione delle squadre alle competizioni Uefa, che ha causato una perdita, in diritti televisivi e audio, pari a 34 milioni di euro fra Champions e Europa League.
“Gli ultimi quattro anni – sottolinea il rapporto – sono stati caratterizzati da una stabilità precaria nei ricavi da diritti audiovisivi (che iniziano a crescere a partire dalla stagione 2011/12) con una crescita significativa dei ricavi dagli sponsor e attività commerciali (+27%)”.
In particolare è lo sponsor ufficiale, quello che trova spazio sulla maglia da gioco per intenderci, a garantire al club gli introiti maggiori del settore con il 58,3% del totale. “Il suo peso specifico – rileva l’Eurispes – è cresciuto in misura rilevate nelle ultime due stagioni, da 85 milioni di euro nel 2007/2008 a 126 milioni nel 2009/2010″.
Sembrano scendere invece i costi operativi rispetto alla precedente stagione e si registra ancora un elevato costo del personale che rappresenta il 72% dei ricavi. È anche aumentato il costo del lavoro (+22%) raggiungendo la quota di 1,6 miliardi di euro all’anno pari al 65% del fatturato. Inoltre, “se nel concetto di costo del lavoro, oltre agli stipendi, s’inserissero anche gli ammortamenti dei diritti delle prestazioni dei giocatori, tale valore salirebbe all’89,7% al netto delle plusvalenze”.
“L’attuale situazione patrimoniale – avverte l’Eurispes – è meno rassicurante rispetto al passato poiché, se il valore patrimoniale della Serie A è cresciuto nell’ultimo quadriennio (+21%), l’incremento non è dovuto alla maggiore autonomia delle squadre, che nello stesso periodo hanno generato importanti perdite di esercizio. Basti considerare il solo livello di Ebit che ha generato una perdita nel quadriennio stimabile in 720 milioni di euro. I debiti sono cresciuti di 766 milioni di euro: il 66% attraverso l’indebolimento bancario passato da 422 milioni di euro a 928 milioni di euro; per il 22% mediante l’aumento del debito commerciale e per il 18% allungando i tempi medi di pagamento dei giocatori acquistati in Italia”.
Nello stesso periodo si sono abbassati anche i debiti tributari verso le società del gruppo, sono aumentate le conversioni dei finanziamenti soci in copertura delle perdite o i proprietari delle squadre di calcio hanno ridotto il proprio apporto finanziario alle squadre. I ricavi derivanti dagli sponsor e dal merchandising, nel triennio 2007-2010, hanno registrato un andamento crescente (Cagr 2007-2010, +8,3%).
E’ aumentato anche “il peso specifico” dello sponsor ufficiale, cresciuto in misura rilevante nelle ultime due stagioni, passando dagli 85 milioni di euro nel 2007/2008 ai 126 milioni nel 2009/2010.
Per concludere, i dati contenuti nel rapporto Eurispes sono decisamente poco rassicuranti per il mondo del pallone. Tuttavia, c’è ancora una via d’uscita. “La sostenibilità e la competitività del sistema calcio – si legge nel Rapporto Italia 2013 – si raggiungeranno attraendo nuovi investitori, manager di qualità e nuove tipologie di tifosi; la combinazione di tutto ciò è alla base di un cambiamento che porterà a infrastrutture, giovani talenti, nuove fonti di ricavi e maggiore qualità nella gestione delle strategie di business”.
(Anche su T-Mag)

giovedì 7 febbraio 2013

Un lungo viaggio in Corea del Nord


Intervista a Giuseppina De Nicola, coreanista e antropologa presso la Seoul National University - Centro di Cultura Italia Asia


Quello che accingiamo a fare, attraverso le parole di questa intervista, è un viaggio in un Paese che l’autorità italiane sconsigliano vivamente di visitare senza aver preso i giusti accorgimenti: la Corea del Nord.
Da oltre mezzo secolo sotto il controllo totale di un regime di stampo marxista – leninista, la Corea del Nord è semisconosciuta all’Occidente. Le fonti ufficiali raccontano di una dittatura durissima, di una nazione in possesso dell’atomica e che vede nella Corea del Sud e negli Stati Uniti “i nemici giurati”.
Per capire come è la vita nel Paese dominato dalla famiglia Kim, T-Mag ha contattato Giuseppina De Nicola, coreanista e antropologa presso la Seoul National University – Centro di Cultura Italia Asia.
“La prima cosa da mettere in rilievo – spiega De Nicola – è l’enorme differenza delle condizioni di vita che esiste tra la città e la campagna. Bisogna anche tener conto del fatto che il regime nordcoreano è uno dei più duri al mondo e che non lascia spazio al dissenso popolare. Questo rende difficile, per qualsiasi osservatore operante sia all’interno del Paese che all’esterno, distinguere quale sia la vera condizione di vita di un nordcoreano. Sicuramente gli abitanti della capitale, P’yŏngyang, vivono una vita piuttosto ‘normale’. Dalle testimonianze di coloro che hanno visitato il Paese, la vita quotidiana sembra trascorrere in modo tranquillo. Gli abitanti sono molto fieri della loro cultura, del loro Paese e del loro Leader. Voci differenti vengono dai rifugiati politici, fuggiti all’estero che denunciano violazioni di diritti umani e presenza di gulag”.
“Le case indipendenti come le villette, con impianti di riscaldamento ed elettrici indipendenti, sono riservate ai membri di alto rango nel partito e agli ufficiali dell’esercito. La maggioranza dei cittadini non possiede un’autovettura. A parte la capitale ed altre poche città, il paesaggio nazionale è diviso in aree semi-urbane, sottosviluppate e agricole”.
“In città ci sono negozi e anche grandi magazzini. Tuttavia – precisato la professoressa -, i beni di base spesso sono a carico dello Stato sotto forma di ‘razione’ o ‘regalo’, ad esempio libri scolastici e divise. Negli ultimi anni le attività commerciali sono sicuramente aumentate, in genere si trovano più prodotti. Esiste un progetto che auspica la creazione di una zona di libero commercio nella regione nord orientale del Paese in collaborazione con capitali cinesi e sudcoreani. Bisognerà vedere come esso si evolverà nel tempo”.
“Sebbene ufficialmente – aggiunge De Nicola – la società della Corea del Nord si proclama senza classi sociali, liberata dal fardello del feudalesimo, di fatti esiste una divisione in coloro che hanno potere politico e coloro che non ce l’hanno, con un’evidente disuguaglianza nella distribuzione di privilegi e guadagni. In cima alla piramide ci sono i membri della famiglia di Kim Il Sung, a seguire vi sono i suoi camerati e le loro famiglie. Lo strato seguente è occupato dalle famiglie dei veterani della guerra tra le due Coree e da quelle degli ufficiali che hanno partecipato ad azioni di sabotaggio anti – sudcoreane. I figli e i discendenti di queste classi vengono educati in scuole dedicate agli eroi della rivoluzione e avranno migliori opportunità di carriera. Gli altri cittadini vengono divisi in ranghi in base alla loro storia familiare e alle loro origini rivoluzionarie. Lo status viene continuamente sottoposto a revisione e se un membro della famiglia compie un crimine tutta la famiglia subirà un declassamento di rango”.
Come in ogni sistema totalitario che si rispetti, “la partecipazione in organizzazioni politiche occupa un importante posto nella vita quotidiana dei nordcoreani”.
“Ogni cittadino – racconta ancora la professoressa – appartiene per lo meno ad una organizzazione politica e questo serve anche da sistema di controllo sociale, solo per citare alcune di queste organizzazioni: the Korean Democratic Women’s Union, the Korean Congress of Trade Unions, the Korean Socialist Labor Youth League, the Korean Farmers’ Union, the Korean Press Association, the Korean Association of Writers and Artists, the Korean Young Pioneers…”.
Ma il regime, come spiega l’esperta, regola la vita dei cittadini anche negli ambiti più intimi, come il matrimonio. “Per quest’ultimo si tengono in considerazione le origini della classe di appartenenza. Se i due promessi sposi appartengono a classi diverse il matrimonio potrebbe non essere approvato. Dopo il matrimonio alla coppia viene concessa una casa o un appartamento, in ogni caso dovranno aspettare fino a quando la loro residenza verrà approvata dalle autorità competenti”.
Il governo, con a capo i membri della dinastia Kim, definisce se stesso come uno “Stato socialista e indipendente”. Ma c’è dell’altro, perché sebbene si ispiri al marxismo – leninismo, la Corea del Nord ha una propria dottrina politica: il Juche.
“Il Juche o Chuch’e (주체, 主體) è un’ ideologia politica creata dal leader del Partito dei Lavoratori e primo capo del governo della Repubblica Popolare Democratica dei Corea, Kim Il Sung (vero nome Kim Sŏng Ju). Il termine Juche – chiarisce De Nicola – consiste di due termini: Ju significa signore, padrone, proprietario, sovrano, principale; Che indica il corpo, il tutto, l’essenza, la sostanza, uno stile. Generalmente viene tradotto come ‘autonomo, indipendente, auto – sufficiente’. In realtà, al di là del significato letterale, il Juche è un’idea profondamente antropocentrica, esprime una visione dell’uomo come essere indipendente e consapevole del proprio ruolo all’interno della società che lo circonda. Egli è visto come un essere sociale solamente attraverso l’indipendenza (chajusŏng), o meglio, l’uomo ha insita in sé l’indipendenza che lo eleva ad essere sociale. Il Juche prende esplicitamente forma il 28 dicembre 1955, in occasione di un discorso tenuto da Kim Il Sung, durante il quale propone l’applicazione dell’ideologia rivoluzionaria nel pensiero e nella sfera lavorativa nordcoreana. Tuttavia, sarà l’articolo 4 della Costituzione, promulgata nel 1972, a sancire il Juche vera e propria dottrina governativa: in esso si dichiara che la Corea del Nord è guidata nelle sue attività dal Juchè – applicazione creativa del Marxismo a Leninismo alle condizioni peculiari del Paese. Kim Il Sung vide tre campi di applicazione nella politica: indipendenza da un punto di vista ideologico e politico (chaju); autosufficienza economica (charip); ed un sistema nazionale di difesa anche esso autosufficiente (chawi)”.
“Il principio dell’indipendenza politica (chaju) – puntualizza la professoressa – è uno dei suoi temi centrali. Nel rispetto delle relazioni internazionali, i suoi principi prevedono che ci sia rispetto e un mutuo riconoscimento delle nazioni. Attraverso questa base ideologica, gli Stati sono uguali gli uni agli altri e non devono intervenire negli interessi interni degli altri”.
“Il secondo campo di applicazione è legato al campo economico, ovvero dell’indipendenza economica (charip). Indipendenza necessaria al fine di garantire l’integrità politica e raggiungere la prosperità nazionale. L’ultima area legata al concetto di indipendenza è quella della difesa della Patria (chawi). L’indipendenza in questo campo si attua attraverso il Sŏngun, che letteralmente significa ‘l’esercito al primo posto’, e indica la centralità e l’importanza dell’Esercito Popolare nella politica e nell’economia del Paese”.
“Infine – ricorda De Nicola – Kim ha posto l’accento sul ruolo del leader supremo, Suryŏng. Secondo lui ogni Stato dovrebbe aver il proprio Suryŏng: l’idea sottolinea l’unità dei ranghi rivoluzionari che circondano il leader supremo, fonte di lealtà e fiducia infinita del popolo, e attraverso il quale riusciranno con successo nelle loro imprese e negli sforzi quotidiani”.
“Non ci si può esimere dall’affermare – sostiene la professoressa – che il Juche sia intriso anche di una forte influenza neoconfuciana nell’idea di nazione-famiglia. Questo è particolarmente evidente nei quattro capisaldi di questa ideologia: la teoria del leader rivoluzionario, della vita sociale e politica, della grande famiglia sociale e della moralità rivoluzionaria.
Secondo le prime due, il leader politico dà la vita al popolo, come se fosse un genitore che da la vita ai propri figli. Per la precisione il leader politico raffigura il padre, il partito raffigura la madre ed insieme danno vita sociale e politica al popolo. Quindi il popolo è legato al leader e al partito da questa relazione di tipo familiare. Così la figura del leader politico diventa più importante di quella del padre biologico, che a sua volta deve sottostare alla volontà del leader e del partito. Per le altre due, quella della grande famiglia socialista e della moralità rivoluzionaria, il popolo si deve sentire felice di vivere in questa grande famiglia (leader, partito e popolo) e deve onorare il padre fondatore, Kim Il Sung. Ed è proprio questo legame, che diviene una virtù morale per poter sviluppare il controllo sulla popolazione della Corea del Nord. Questa è la moralità rivoluzionaria. Il suo elemento base è l’obbedienza al padre/leader. Kim Il Sung e i suoi successori hanno saputo usare i valori della filosofia Juche per creare un nazionalismo legato alla lotta di indipendenza contro le potenze straniere, in particolare, l’ex Unione Sovietica e gli Usa e per giustificare le politiche di self – reliance e self- denial di fronte alla carestia e alla stagnazione economica da sempre presenti in DPRK”.
Ma il Juchè, ha rilevato la professoressa, “pur dichiarandosi di ispirazione marxista-leninista, a ben guardare non aderisce a questi principi. L’idea antropocentrica su citata contraddice l’asserzione di Karl Marx sul determinismo economico e, inoltre, quest’ultimo non esaltò mai la posizione dell’uomo nella gerarchia di fattori storici di importanza. Diversamente da Lenin il regime di Kim Il Sung sosteneva una gerarchia di un unico capo – guida rivoluzionario, piuttosto che un nucleo di leaders eccezionali impegnati a guidare la lotta rivoluzionaria”.
La Corea del Nord, dicevamo, vede negli Stati Uniti il “nemico giurato”. Ma vista la distanza che separa le due nazioni, questo odio sembra avere finalità più che altro propagandistiche. Discorso diverso invece per quanto riguarda la vicina Corea del Sud. I due popoli, separati da un confine, non hanno però rapporti diretti. I sudcoreani, come il resto del Mondo, hanno le idee poco chiare di come sia la vita in Corea del Nord. “In proposito – riferisce la professoressa -, ho scritto un saggio L’Impero del Mai, edizioni ObarraO, insieme al giornalista Marco del Corona, in cui si parla proprio dell’immaginario nordcoreano nella Corea del Sud. In generale, tutti si aspettano che prima o poi ci sarà una riunificazione, ma senza azzardare il come e il quando. La divisione è senz’altro una tragedia ma, dal mio punto di vista, negli ultimi anni la gente è più preoccupata dalla ricerca del benessere, e se il Sud Corea ha da tempo raggiunto questo obiettivo non escludo che anche al Nord il popolo esigerà sviluppo e benessere. Questo fenomeno è già in atto”.
(Anche su T-Mag)

sabato 2 febbraio 2013

Press freedom index 2013

Raccontare cosa succede, il perché, il dove e il come, in certe parti del mondo non è semplice e, a volte, può essere anche un pericolo. Tutto ciò perché la libertà di stampa non è un valore riconosciuto e tutelato da tutti allo stesso modo. In alcune democrazie, la stampa può essere influenzata da conflitti d’interesse. Nei regimi totalitari, invece, è fortemente limitata ed è chi detiene il potere a decidere cosa si deve raccontare e cosa no. Per questo è necessario monitorare il grado di libertà di cui gode la stampa nelle diverse parti del mondo ed è necessario riflettere sugli “atteggiamenti e le intenzioni dei governi nei confronti della libertà degli organi di informazione a medio e lungo termine”. E il rapporto annuale di Reporter senza frontiere ha proprio questo scopo.
Per la prima volta, nello stilare il proprio rapporto, Reporter senza frontiere ha introdotto un “indicatore” annuale globale della libertà dei media nel mondo.
“Questo nuovo strumento analitico – si legge nel comunicato – misura il livello complessivo della libertà di informazione nel mondo e la performance dei governi mondiali nella loro completezza per quanto riguarda questa libertà fondamentale”.
Uno strumento che si è reso necessario, “viste la progressiva affermazione delle nuove tecnologie e l’interdipendenza tra governi e popoli, la libertà di produrre e diffondere notizie e informazione in senso lato ha bisogno di essere valutata sia a livello mondiale che a livello nazionale”.
“Oggi, nel 2013, il suddetto “indicatore” della libertà dei media si fissa a 3395; essendo il primo, rappresenterà il punto di riferimento per gli anni a seguire”.
Tale indicatore può anche essere “scomposto” regionalmente e, attraverso una ponderazione basata sulla popolazione di ciascuna regione, può essere utilizzato per produrre un punteggio che va da 0 a 100, dove lo zero rappresenta un totale rispetto per la libertà di informazione.
“Con riferimento alla classifica di quest’anno, si è così prodotto – spiega Reporter senza frontiere – un punteggio di 17,5 per l’Europa, 30,0 per le Americhe, 34,3 per l’Africa, 42,2 per l’Asia-Pacifico e 45,3 per la Russia e le ex repubbliche sovietiche (ex-URSS). Nonostante le Primavere arabe, le regioni del Medio Oriente e del Nord Africa si sono classificate ultime con un punteggio di 48,5”.
Le prime tre posizioni di questa classifica sono occupate da Finlandia, Olanda e Norvegia. Le ultime tre, invece, da Turkmenistan, Corea del Nord ed Eritrea.
Tra le grandi democrazie, ce n’è una in particolare che è scesa e di molto in classifica: Israele, che ha perso circa 20 posizioni, passando alla 112. Questo a causa, spiega il rapporto, della “presa di mira militare contro i giornalisti della Palestina”.
Va male anche il Giappone, passato alla 53esima posizione rispetto alla 22esima occupata lo scorso anno. Tokyo è colpevole di non essere stato trasparente nell’accesso “alle informazioni sulle tematiche direttamente o indirettamente connesse al disastro di Fukushima”.
Migliorano, tra i Paesi protagonisti della primavera araba, l’Egitto e la Libia: con il primo che sale al 158esimo posto (otto posizioni in più rispetto allo scorso anno) e il secondo che guadagna 23 posizioni, piazzandosi al 131esimo posto.
Esistono poi i cosiddetti “modelli regionali” ovvero quei Paesi che influenzano le nazioni confinanti. Parliamo del Brasile (108esima, -9), dell’India (140esima, -9), della Russia (148esima, -6), della Cina (173esima, -6), della Turchia (“la più grande prigione al mondo per i giornalisti”) e del Sud Africa. Ebbene, in tutti questi Paesi le condizioni della libertà di stampa hanno subito un peggioramento. Emblematico è il caso della nazione sudafricana, dove i reporter hanno sempre goduto di ampie libertà e tutele, ma che ora rischiano invece di essere notevolmente limitati. Qui, infatti, è stato approvato il Protection of State Information Bill ovvero la legge per la Protezione delle Informazioni Statali, che prevede pene molto severe per chiunque divulghi segreti di Stato.
La libertà di stampa è ampiamente garantita nell’Unione europea. Tuttavia, avverte Reporter senza frontiere, qualcosa si “sta sfasciando”. Perché mentre sedici dei suoi membri si trovano ancora nella “top 30″ della classifica, altri invece indietreggiano o non fanno niente per migliorare. Italia e Grecia, ad esempio. Nel nostro Paese (che pure ha guadagnato quattro posizioni dalla 61esima alla 57esima), dove “il reato di diffamazione deve essere ancora depenalizzato”, le istituzioni ripropongono “pericolosamente leggi bavaglio”. Mentre in Grecia, che ha perso 14 posizioni e ora è 84esima, “l’ambiente sociale e professionale per i suoi giornalisti, esposti alla condanna pubblica e alla violenza sia dei gruppi estremisti che della polizia, è disastroso”.


(Anche su T-Mag)