venerdì 21 dicembre 2012

Il Generale Vaccaro non si tocca. Punto.


Quel che è successo oggi a Genzano ha dell’assurdo. Ma in fondo in fondo dimostra una cosa: qui da noi, in Italia, saremo sempre vittime dell’intolleranza politica che viene fuori anche nei momenti più improbabili.
Mi spiego meglio. Oggi, in questo piccolo comune dei Castelli Romani, era in programma un’esposizione organizzata dalla S.S. Lazio Motociclismo e intitolata Quattro passi nella Storia.
Era, ho scritto, perché gli organizzatori hanno deciso di sospendere tutto.
Il perché è presto detto: alcuni esponenti dell’amministrazione locale, infatti, non hanno gradito il fondale di presentazione della mostra.
“Nel fondale in questione - spiega la nota diffusa dagli organizzatori - rappresenta cinque personaggi unici della storia della S.S. Lazio: Luigi Bigiarelli il fondatore, Silvio Piola, Fausto Coppi e Giorgio Chinaglia, nonché il Generale Giorgio Vaccaro”.  Ed è proprio l’immagine di quest’ultimo ad essere la causa di tutto, la “causa del diniego”.
Il generale, “caro alla tifoseria laziale in quanto evitò la fusione della Lazio con l’A.S. Roma”, è “raffigurato in una foto ufficiale dell’epoca” con indosso un “uniforme”.  
Ma non un uniforme qualsiasi, bensì un uniforme dell’esercito regio nel periodo del ventennio mussoliniano.
Decisamente troppo per gli amministratori di Genzano. Ai quali però sfugge una cosina: la divisa del generale Vaccaro è un simbolo, anche politico se vogliamo. Ma inserita in quel contesto diviene storia. Così come lo sono le foto del ventennio nei libri di scuola. E’ storia, quella con la esse maiuscola. Che poi possa piacere o meno è un altro discorso, ma non la si può cancellare o ignorare.
E allora bene ha fatto la S.S. Lazio Motociclismo. Perché davanti a gente che ragiona così. Perché di fronte a  persone che vedono la politica anche dove non c’è e ci impediscono di esporre le foto delle persone che hanno fatto la storia della nostra Lazio, ci si può comportare solamente in un modo: scusandosi con chi non c’entra niente, ovvero chi voleva partecipare alla evento, e annullando tutto. Congedandoci con l’eleganza che ci contraddistingue da sempre. Da grandi laziali quali siamo.

mercoledì 19 dicembre 2012

Sarai premier, con il permesso dell'Unione europea

Metto una cosa in chiaro: l'idea di vedere Silvio Berlusconi candidato alle prossime elezioni non mi entusiasma, anzi. Non perché sono anti berlusconiano a priori. Ma perché la sua occasione l’ha già avuta e quella volta delle cose gli sono riuscite bene, altre meno o per niente. Poi qualcuno si è stufato dell’andazzo che aveva preso e gli ha imposto di farsi da parte.
Ora dopo un anno di governo tecnico bisogna scegliere chi guiderà la nazione.
L’offerta politica è piuttosto scarna, sempre i soliti volti e niente di nuovo. Tutto ciò è insopportabile. Ma c’è un’altra cosa che proprio non tollero: l’asservimento all’Unione europea e agli altri Paesi.
Per capire cosa intendo basta guardare a cosa è successo oggi.
Bersani, manco fosse stato già eletto, va da Barroso e lo rassicura. Incontra Van Rompuy e lo tranquillizza. State sereni, dice lui al resto d’Europa, rispetteremo gli impegni presi.
Di una cosa si è però dimenticato il leader del Pd andando a Bruxelles: lui non le ha ancora vinte, le elezioni. E’ solo un candidato premier, quindi niente di niente.
Allora cosa crede di fare? Di legittimarsi, ottenendo la consacrazione dell’Unione europea. Tutto qui. Cosicché in Italia diranno: hai visto Bersani? Piace all’Europa e anche al Financial Times. Mica è come Berlusconi, lui.
Ma, detto questo, non mi sembra che nel passato nessun leader straniero sia venuto qui, a Roma, a legittimarsi davanti al nostro Paese. Non mi pare che a noi italiani venga riconosciuto il diritto di metter bocca durante le elezioni negli altri Paesi, di ficcare il naso negli affari altrui. Non mi sembra proprio, anzi. Facciamo tutto il contrario: perché noi siamo quelli che aspettano cosa dicono gli altri e poi si accodano. Vuoi per comodità, vuoi perché troppo pavidi.
Torniamo ora alle polemiche nate dal ritorno di Berlusconi. D’accordo, facciamo parte di un Unione e quindi, almeno in linea teorica, siamo tutti sulla stessa barca. 
In linea teorica, sotto quest’ottica posso capire i timori della Merkel, preoccupata dalla possibilità che in Italia venga fuori un governo anti-europeista, quindi contro tutto quello che vogliono fare loro. Ma se la maggioranza del popolo italiano è stufa dell’Unione europea, un’accozzaglia di Stati senza un progetto comune e unita solo dall’euro, allora è giusto che esca dall’Unione.
Perché a Bruxelles e nel resto d’Europa devono capire una cosa: siamo, fino a prova contraria, una nazione sovrana. Quindi qualunque sia l’esito delle urne lo dovranno accettare, che gli piaccia o meno.

sabato 15 dicembre 2012

L'Egitto di Morsi: "libero" e in credito

Un fiume di denaro si deve riversare nell’Egitto liberato da Mubarak, lo hanno deciso la Banca Mondiale e il Fmi. Hanno deciso che quei soldi, tanti soldi, dovranno essere usati per rilanciare l'economia egiziana. La notizia è questa e qui ci si potrebbe fermare, ma nel leggerla mi sono tornate in mente due cose.
La prima è il libro Confessioni di un sicario dell’economia di John Perkins. Dove l’autore ci descrive una realtà spaventosa, fin dalle prime pagine.
Perkins racconta di aver fatto parte di “un’élite di persone (i sicari dell’economia, ndr) che utilizza le organizzazioni della finanza internazionale ( più avanti, nel libro l’autore cita esplicitamente anche della Banca Mondiale, ndr) per creare condizioni affinché gli altri paesi si sottomettano alla corporatocrazia che domina le nostre grandi aziende, il nostro governo e le nostre banche. Come i loro omologhi della mafia, i sicari dell’economia distribuiscono favori. Questi assumono la forma di prestiti per la costruzione di infrastrutture[…]. Una condizione di questi prestiti è che a costruire tutte le infrastrutture siano gli studi di progettazione e le imprese edili del nostro Paese (gli Stati Uniti, ndr). […]
Sebbene il denaro venga consegnato quasi immediatamente alle aziende che fanno parte della corporatocrazia (il creditore), il Paese destinatario  è obbligato a restituire l’intero capitale più gli interessi.[…] Proprio come fa la mafia, pretendiamo il risarcimento dovuto. Ciò comprende una o più delle seguenti condizioni: il controllo dei voti alle Nazioni Unite, l’installazione di basi militari o l’accesso di risorse preziose come il petrolio[…]”.
La seconda è un post pubblicato da Perkins stesso sul suo blog su Il Fatto Quotidiano. Perkins, commentando la primavera araba, ipotizzava che si trattasse di una serie di movimenti il cui fine ultimo era quello di liberare i Paesi più poveri dal giogo delle banche e delle nazioni più forti economicamente. 

Ebbene, le intenzioni della Banca Mondiale e del Fondo monetario internazionale confermano una cosa: la corporatocrazia, come la chiama Perkins, vuole assoggettare anche il nuovo leader dell'Egitto. Da parte sua Morsi vuole quei soldi, anche se le sue nuove decisioni rischiano di far saltare tutto. E’ sempre la stessa storia, anche nell'Egitto, quello "libero". Cambiano solo le facce di chi è al potere: ieri c’era Mubarak, oggi c’è Morsi.
Mi dispiace signor Perkins. Ma forse, dico forse, non è cambiato niente.

venerdì 14 dicembre 2012

"Tre consigli per diventare giornalista" di Tullio De Mauro






Tullio De Mauro, direttore di Internazionale, offre la sua ricetta a chi, come me e Elia, vorrebbe fare il giornalista. I consigli sono tre. 


                                                                   
                                                                     








mercoledì 12 dicembre 2012

E Beppe Grillo passò alle epurazioni

In Parlamento non ci hanno ancora messo piede. Quando accadrà, promette il loro leader, sarà un piacere. Intanto, il Movimento 5 Stelle si dà da fare per dimostrare al mondo intero che loro, a differenza di altri, sono l’esempio di una politica onesta, incorruttibile, trasparente e competente. Insomma, dicono di incarnare le qualità che dovrebbero appartenere all’attuale classe politica. Ma il movimento, ribadisce il leader Beppe Grillo, è “in guerra”. Quindi non sono ammesse defezioni e non è ammesso mettere in dubbio l’onestà e la bontà di chi viene ritenuto a capo del partito. “Se c’è qualcuno che reputa che io non sia democratico – aveva affermato Grillo in un videoeditoriale pubblicato sul suo blog – che Casaleggio si tenga i soldi, che io sia disonesto, allora prende e va fuori dalle palle”. La linea è questa, chi se ne discosta può cercare fortuna altrove.
Ma le parole di Grillo non erano state buttate lì, a caso. Erano un avvertimento a chi, nel recente passato, aveva dimostrato di non essere un grillino disciplinato. A chi, come Giovanni Favia e Federica Salsi, non aveva rispettato ossequiosamente le direttive del partito, partecipando ad una trasmissione televisiva o accusando il leader di gestire il partito in modo poco democratico. Non erano dichiarazioni a caso, erano solo l’anticipazione di quanto sarebbe venuto il giorno dopo. “A Federica Salsi e Giovanni Favia – ha annunciato infatti Grillo nella tarda mattinata di mercoledì – è ritirato l’utilizzo del logo del Movimento 5 Stelle. Li prego di astenersi per il futuro a qualificare la loro azione politica con riferimento al M5S o alla mia figura. Gli auguro di continuare la loro brillante attività di consiglieri”.
Mettiamo una cosa in chiaro: chi si iscrive ad un partito, lo fa per i motivi più disparati. Perché prova simpatia per il leader, perché è in linea con il programma politico promosso o quant’altro. Insomma, perché ritiene che quel dato movimento o partito possa essere la soluzione ai problemi e ai mali del Paese. Ma nel rapporto tra un iscritto e un partito può accadere una cosa: può succedere che il primo non si trovi più d’accordo con il secondo. In casi simili la soluzione, in un sistema democratico, è rappresentata dal confronto tra le due parti.
Perché democrazia è anche discussione con chi non la pensa come noi. In democrazia non ci si parla addosso, non si urla da dietro una telecamera e, soprattutto, non si caccia “fuori dalle palle” chi non la pensa come noi. Un partito può allontanare un iscritto, è vero. Ma è il modus operandi che fa la differenza. E il metodo usato per mandare via Giovanni Favia e Federica Salsi proprio non ci va a genio. Non parliamo del post pubblicato sul blog del comico genovese, quanto piuttosto del tono utilizzato.
Quindi, prima di farsi vedere dalle parti di Palazzo Madama o Montecitorio, sarebbe meglio un po’ di esercizio su come si gestisce democraticamente un movimento. Perché se questa è la democrazia che vogliono proporci, viene da chiedersi dove sia la differenza con il passato.

(Anche su T-Mag)

lunedì 10 dicembre 2012

A Belfast violenze per la Union Jack

Basta solo un gesto, a Belfast. Basta solo ripiegare una bandiera per scatenare violenze, disordini e riaprire fratture mai sanate in una città divisa nel suo profondo.
La bandiera non è una qualunque, soprattutto in Irlanda del Nord, perché è la Union Jack. Il pennone neanche, perché è quello del Belfast City Hall, palazzo dove ha sede il municipio locale, e dove il drappo della corona britannica sventolava da oltre 100 anni.
Ora, invece, e come già accade a Stormont, sede del governo nordirlandese e in altri uffici, verrà esposto solo in diciassette giorni dell'anno. Troppi pochi per gli unionisti, che non hanno mandato giù questa decisione, presa a seguito della mozione presentata dall’Alliance Party, e hanno scatenato tutta la loro rabbia per le strade di Belfast. Quasi mille persone, si sono presentate armate di bastoni e sassi davanti al municipio cittadino, cercando di farvi irruzione. Ma non tutto è andato secondo i loro piani e sono stati respinti dalle forze dell'ordine poste a presidio dell'edificio. Nei disordini, 15 agenti di polizia, due addetti alla sicurezza e un fotografo sono rimasti feriti. Sempre nella stessa serata, a Shortstand, zona orientale della città e a maggioranza nazionalista, alcuni lealisti hanno assaltato una chiesa cattolica, la St. Matthews, per poi scontrarsi con la polizia. 
Questo accadeva il 3 dicembre. Ma le tensioni hanno seguitato ad aumentare anche nei giorni seguenti e Belfast sembra non uscire più dalla spirale di violenza in cui è tornata a vivere.
Lettere contenenti minacce di morte sono state recapitate a Naomi Long, leader dell'Alliance Party, il partito anti-settario che ha promosso la rimozione della Union Jack e  la cui sede a Carrickferguss è stata data alle fiamme.
L'8 dicembre, invece, a poche ore dall'arrivo del segretario di Stato americano Hillary Clinton, è stato rinvenuto un ordigno all'interno di un automobile. La bomba non è esplosa e la paternità è ancora tutta da accertare, anche se gli inquirenti credono che la bomba l'abbiano preparata quelli della New-Ira.
Gli ultimi eventi sembrano però dimostrare una cosa: gli unionisti hanno forse colto l'occasione per infiammare l'opinione pubblica di fede protestante e ribaltare così il compromesso in atto a Stormont. E per raggiungere il loro obiettivo hanno scelto la via della violenza, come accadeva anni fa.

giovedì 6 dicembre 2012

Il filo rosso della legalità

Intervista a Luisa Laurelli, ex presidente della commissione Sicurezza e Lotta alla criminalità della Regione Lazio

Decise a non attirare l’attenzione, le mafie si annidano là dove meno te lo aspetti. E’ una questione di sopravvivenza e di affari.
E così accade che la criminalità organizzata decida di muoversi lungo la penisola, allontanandosi dai luoghi d’origine. Dai luoghi che l’immaginario collettivo accosta alle mafie, come Sicilia, Calabria, Campania e Puglia. E lo fa per un motivo e con uno scopo: depredare nuovi territori.
Si rende perciò necessaria una presa di coscienza da parte della società civile e lavori come quello condotto da Luisa Laurelli ne Il Filo rosso della Legalità danno un forte contributo alla causa, offrendo “tanti spunti alla politica e al mondo dell’economia ma anche ai cittadini”.
“Il Filo rosso della legalità – ha detto Laurelli a T-Mag – si compone di diverse interviste che ho curato per la rivista online Turboarte, nelle quali si parla di tanti temi dalla politica all’economia, al futuro dei giovani, al funzionamento delle istituzioni, e alla crisi di funzionamento del nostro sistema democratico che vediamo piuttosto in difficoltà.
Nella mia parte – ha spiegato – testimonio la presenza delle mafie nel territorio laziale e offro anche la fotografia del perché il consiglio regionale del Lazio è stato sciolto anticipatamente. A causa di una cattiva gestione dei fondi regionali e sembrerebbe di un’appropriazione indebita di questi ultimi. Tutto questo dimostra come l’illegalità sia diffusa anche dentro il consiglio regionale del Lazio”.è una raccolta di interviste a personalità molto importanti dal procuratore Luigi De Ficchy, capo della Procura di Tivoli, a realtà del mondo del sociale. Ci sono anche interviste fatte al garante dei diritti dei minori, Franco Alvaro, e al garante dei diritti dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni”.
La criminalità organizzata ha quindi trovato spazio sul territorio laziale, ma questa situazione non può durare in eterno. La politica deve reagire, “la prima cosa da fare – suggerisce Laurelli a chi si siederà nel prossimo Consiglio regionale del Lazio – è mettere in attività l’Abecol, agenzia per l’utilizzo dei beni confiscati alle mafie, che è stata istituita con la legge regionale votata all’unanimità nel mandato di Marrazzo, quindi quando io ero consigliera regionale, e che l’amministrazione Polverini ha completante congelato. Questo – spiega – permetterà di gestire oltre 500 beni sottratti alle mafie e da destinare alle tante associazioni impegnate nel sociale che hanno già fatto richiesta ormai da anni. Chiederei poi di rivedere tutto l’impianto legislativo della Regione lazio e nei primi cento giorni di azzerare e cancellare tante leggi che sono ormai superate ed obsolete. Per presentare poi invece leggi innovative e più importanti. Una legge che presenterei immediatamente è quella che permetta la doppia preferenza uomo/donna anche alle elezioni regionali, un’altra è quella per la riforma di servizi socio assistenziali che presenterei insieme alla nuova legge sugli appalti. Interverrei poi sulla dirigenza della Regione Lazio che è composta da un numero enorme di persone spesso non professionalizzate o professionisti che non sono mai stati valorizzati, per restituire trasparenza e dignità ad un’istituzione come la Regione Lazio. Una regione non ha il dovere di gestire i soldi dei cittadini, i soldi – sostiene – dovrebbero essere destinati ai comuni per progetti fatti da amministratori più vicini ai territori e ai bisogni della gente. La regione deve fare attività di prevenzione nei confronti dell’infiltrazione di mafia sul territorio”.
La lotta all’illegalità non deve conoscere confini territoriali né tantomeno deve riguardare una sola parte della società. Indipendentemente dal proprio ruolo o occupazione, ognuno di noi deve offrire il proprio contributo per contrastare un fenomeno che se verrà lasciato libero di agire si espanderà sul territorio a macchia d’olio. Naturalmente, la classe politica deve esporsi in prima linea e il primo passo è riconoscere che la criminalità organizzata si è insediata anche in nuovi territori. “Prima c’era un atteggiamento abbastanza diffuso nel negare i fenomeni mafiosi sui proprio territori, perché – ha spiegato Laurelli – di fronte al proprio elettorato è come confermare l’incapacità di governare un fenomeno grave. La gente sa che dove sono presenti le mafie, i territori vengono completamente depredati e l’economia da sana rischia di diventare completamente illegale, quindi si teme il giudizio dell’elettorato.
A parer mio invece riconoscere certe presenze vuol dire approfondire certi fenomeni, vuol dire collaborare con le forze dell’ordine, con le prefetture e la magistratura. Vuol dire mettere insieme atti e fatti, vuol dire individuare quell’unico filo che li collega, analizzare l’entità dei fenomeni: Dopo di che ognuno deve fare la propria parte, condurre azioni o di prevenzione o di contrasto. Nessuno si può tirare fuori da questo problema, tutti noi dobbiamo essere coinvolti, anche il cittadino”.

(Anche su T-Mag)

martedì 20 novembre 2012

La "rivoluzione culturale" di Topolino

Intervista a Marco Gervasio, Maestro Disney

E’ stato uno dei più grandi rivoluzionari che il ‘900 abbia conosciuto. La sua fu una rivoluzione culturale, è vero. Ma un topo così il mondo non lo aveva mai visto. E come tutti i grandi eventi del XX secolo, anche Topolino irruppe sulla scena negli ultimi mesi dell’anno. A differenza di altri, scelse novembre. L’anno, invece, era il 1928.
Noi, qui in Italia, lo abbiamo conosciuto fin da subito come Topolino. Erano tempi particolari, c’era il regime e tutto doveva essere italiano o italianizzato. Tuttavia, nonostante tutto, Mickey Mouse dimostrò da subito di essere un tipo veramente speciale. Nel 1938, le direttive imposte da Filippo Tommaso Marinetti agli editori in tema di letteratura per ragazzi e che prevedevano “l’abolizione completa di tutto il materiale d’importazione straniera e l’aumento dei testi scritti rispetto all’illustrazione”, non vennero applicate agli eroi Disney, “per il loro valore artistico e per la loro sostanziale modernità”. Questo perché, ha raccontato l’allora alto funzionario del ministero Ezio Maria Gray, Mussolini nel vagliare la lista dei fumetti da censurare, allegò a quest’ultima una postilla autografata con su scritto: “Eccetto Topolino”.
In Italia, a dir la verità, Topolino venne diffuso fin da subito, dal 1929. I film riscossero un gran successo, tant’è che già nel marzo del 1930, vennero tradotti in italiano i primi fumetti, pubblicati sull’Illustrazione del Popolo, supplemento settimanale del quotidiano torinese, La Gazzetta del Popolo.
Poi, nel Natale del 1932, uscì nelle edicole italiane la prima pubblicazione intitolata allo stesso Topolino, un’assoluta mondiale. Il settimanale era edito dall’editore fiorentino Giuseppe Nerbini, che a partire dal numero 137 dell’11 agosto 1935 passerà il testimone a Mondadori.
Il settimanale, nato negli anni ’30, aveva l’aspetto di un tabloid. Il formato cambierà solo nel 1949, diventando il Topolino che tutti noi conosciamo.
E così sono passati esattamente 80 anni dal suo esordio, ma Mickey Mouse non ha perso assolutamente il suo fascino e questo forse anche perché “il fumetto Disney – spiega a T-Mag Marco Gervasio, maestro Disney, raccontando la propria personalissima esperienza – ha un fattore fondamentale che lo contraddistingue: infatti il fine ultimo è far divertire il lettore, fargli trascorrere un po’ di tempo in spensieratezza, ma il mezzo per raggiungere tale scopo, si basa su valori importanti della vita umana e della società. L’onestà, la correttezza, la giustizia, la sportività sono alla base delle storie raccontate sul settimanale in maniera ovviamente leggera, ma importante”. E se questi sono i criteri con cui un autore come Gervasio pensa, costruisce le sue storie, tutto fa pensare a quanto lavoro c’è dietro un fumetto Disney. Non deve essere semplice, ci vuole tanta bravura e soprattutto molta passione.
“La mia passione nasce con me, nel senso che fin da bambino disegnavo a casa e a scuola, e poi cresce con me, accompagnandomi nei miei studi, liceali prima, universitari dopo. Il mio sogno – confessa Gervasio – è sempre stato quello di fare fumetti, in particolare su Topolino. Ho frequentato anche la Scuola Romana dei Fumetti, dove attualmente insegno. Colsi l’occasione di una Fiera del fumetto a Roma in cui era presente un grande maestro Disney, G.B. Carpi, e mi presentai con una decina di tavole (le pagine a fumetti) degli eroi di Paperopoli e Topolinia. Andò bene, fui presentato in Accademia Disney e, dopo un periodo di prova, iniziai a lavorare regolarmente per il mio amato settimanale”. Ora, l’Accademia Disney non esiste più. Tuttavia, niente preclude ai nuovi talenti di emergere, chi è interessato può “inviare i disegni o i soggetti a Milano e la redazione valuta le capacità di ognuno e, nel caso, agisce così come prima faceva l’Accademia, seguendo o consigliando ove possibile le nuove leve”.
Passano gli anni, cambiano le mode, le passioni e molto altro ancora. Ma Topolino resta sempre un figo.

(Anche su T-Mag)

giovedì 8 novembre 2012

I riflettori del mondo su Pechino

Intervista a Guido Samarani, professore di Storia della Cina e Istituzioni dell'Asia Orientale 
all'Università Ca' Foscari di Venezia

Funziona in questo modo, la Repubblica popolare cinese. Con gli alti dirigenti del Partito comunista che decidono tutto per tutti e si servono di un Congresso per ufficializzare quanto già stabilito in precedenza. Sarà così anche quest’anno, con il popolo che resta a guardare mentre i 2.300 delegati del partito si riuniscono a Pechino per il diciottesimo Congresso della storia, che inizierà giovedì per concludersi con molta probabilità il 14 novembre.
Alla fine, il potere in Cina avrà dei nomi e dei volti diversi: la procedura prevede infatti che il Congresso, una volta riunitosi, elegga i 198 membri del Comitato Centrale, una struttura piuttosto articolata in quanto è composto da svariati dipartimenti funzionali, uffici di ricerca, commissioni, uffici di ricerca, dalla scuola di partito e dagli archivi centrali oltre che da cinque organi: il Comitato Permanente dell’Ufficio politico, il Segretariato, la Commissione Militare Centrale, il Politburo e il segretario generale. Questi ultimi due vengono scelti, almeno sulla carta, dal Comitato Centrale stesso.
In particolare, l’Ufficio politico, il Politburo, è un’organismo deputato alla supervisione e al controllo del partito.
Ma ancor più importante è l’elezione dei membri del Comitato permanente dell’Ufficio politico, il vero cuore del potere in Cina, il cui numero dei componenti, che dal 2002 è salito a nove, verrà con molta probabilità ridotto a sette. Come da tradizione.
Sono molte le indiscrezioni, ma poche le certezze, che accompagnano questo Congresso. Di certo vi è solo, il passaggio di consegne dal presidente Hu Jintao e il premier Wen Jiabao ai loro successori, che con molta probabilità saranno l’attuale vicepresidente della Repubblica popolare, Xi Jinping, e l’attuale vicepremier, Li Keqiang.
Non ci saranno votazioni. Il popolo non verrà chiamato alle urne. Leggendo le disposizioni di sicurezza imposte dal partito, Pechino verrà stretta sotto un controllo ancora più asfissiante. Mentre i dissidenti, 130 secondo le stime di Amnesty International, sono stati costretti ad abbandonare le proprie abitazioni.
Perché è sempre andata così in questa porzione d’Asia, dove i comunisti sono al comando dal 1949. Con generazioni di politici cresciuti in seno al partito che si succedono. Siamo nel 2012 e ora tocca alla quinta generazione gestire la Repubblica in uno dei momenti più delicati della sua storia. Tuttavia, come spiega a T-Mag, Guido Samarani, professore di Storia della Cina e Storia e Istituzioni dell’Asia Orientale all’Università Ca’ Foscari di Venezia, “il Partito comunista cinese ha sicuramente migliorato e rafforzato le proprie capacità di governo e di gestione della complessità dei problemi cui la Cina è di fronte; dall’altra, ritengo che si sia indebolita rispetto al passato la sua capacità di lavoro politico e sociale soprattutto tra gli strati che costituivano la base storica del partito, ossia contadini ed operai”.
Il partito sembra, quindi, avere la forza per continuare a gestire, controllare una delle nazioni più grandi e una delle economie più forti del pianeta. Anche in un momento delicato come questo, con il Pil cinese che nel terzo trimestre dell’anno è cresciuto del 7,4% rispetto allo stesso periodo del 2011. Un dato preoccupante per gli standard cinesi, visto che si tratta del dato più basso dal primo trimestre del 2009.
“Penso che la politica economica seguirà da una parte le linee generali tracciate negli ultimi anni”, sostiene Samarani. “Varie dichiarazioni di leader cinesi e di responsabili economici e finanziari del partito e del governo negli ultimi mesi hanno sottolineato come il paese dovrà molto probabilmente fare i conti in futuro con un rallentamento della crescita e dovrà quindi in qualche modo anche ridisegnare una serie di priorità passate. Tali dichiarazioni hanno inoltre messo in evidenza come sarà impensabile in futuro un massiccio sostegno statale alla crescita economica come verificatosi negli ultimissimi anni, in collegamento con la crisi finanziaria globale”.
Strategie economiche, quelle del gigante asiatico, che hanno un peso rilevante sull’economia mondiale e giustificano quindi le attenzioni del resto del pianeta su quanto decideranno i futuri leader cinesi. L’attenzione dedicata anche nel corso della campagna elettorale per le presidenziali dai due candidati, Romney e Obama, ne è un’ulteriore riprova.
Ma anche Pechino avrà seguito con attenzione cosa è accaduto negli States. “Probabilmente – sostiene Samarani – per la Cina la riconferma di Obama è la soluzione migliore, in quanto avrebbero di fronte qualcuno che già conoscono e con quale hanno a più riprese discusso e cercato di affrontare i tanti problemi che sono di fronte ai due Paesi”.
E così il “Paese reale” non potrà vedere cosa accadrà, né cosa si diranno i dirigenti del partito durante il Congresso. Potrà solo attendere. In silenzio.


(Anche su T-Mag)

martedì 30 ottobre 2012

La lettera dei grillini (ops) ai quotidiani nazionali

Non potendo ancora dettare l’agenda politica del Paese, i grillini si accontentano di indicare ai quotidiani nazionali come scrivere i propri articoli quando, in quanto organi di informazione, parlano del Movimento 5 Stelle.
Le indicazioni, fornite dai grillini milanesi, sono tutte contenute in un’email inviata a diversi giornali e pubblicata online dal Corriere della Sera.
Poche righe, a dir la verità, nelle quali si spiega a “giornalisti, caporedattori, redattori e direttori” quali parole scegliere quando si parla del Movimento 5 Stelle.
Si precisa che termini usare e quali evitare affinché il “vocabolario di riferimento usato dai media sia coerente e corretto”.
Si tratta, commenta il Corriere, “di una sorta di vademecum del perfetto giornalista secondo loro”.
E a via Solferino non hanno tutti i torti, perché nonostante la brevità, l’email dei grillini contiene molte indicazioni: usate il termine “Movimento” non “Partito”, “Portavoce” non “Leader”, “Attivisti del Movimento a 5 Stelle” non “Grillini”, parola “scorretta e anche un po’ offensiva, in quanto riduttiva e verticistica” e così via, fino a chiedere al Sole 24 Ore di modificare un titolo giudicato scorretto in quanto pieno zeppo, secondo loro, di errori.
Insomma, ora i quotidiani italiani non potranno dire di non sapere. I grillini li hanno avvisati.
Ma nella settimana delle elezioni regionali siciliane, i grillini non hanno solo educato i giornalisti italiani su come va redatto un articolo quando si parla del loro partito, hanno ricevuto, a loro volta, una lezione direttamente dal loro leader, il comico Beppe Grillo.
Con un comunicato diffuso direttamente dal suo sito, Grillo ha dettato una serie di regole e regoline da seguire pedissequamente qualora un esponente del Movimento dovesse essere eletto alle prossime elezioni politiche. “Un codice di comportamento” al quale attenersi una volta eletti. Tutto in nome della trasparenza e della legalità: “rendicontazione spese mensili per l’attività parlamentare (viaggi, vitto, alloggi, ecc)” o anche, ad esempio, “il parlamentare eletto dovrà dimettersi obbligatoriamente se condannato, anche solo in primo grado, nel caso di rinvio a giudizio sarà invece sua facoltà decidere se lasciare l’incarico”.
Tutto molto nobile, tutto molto bello. Sempre se poi tali regole verranno applicate nella vita reale e non resteranno un semplice “fioretto”.
Al momento, non possiamo dirlo. Possiamo solo riflettere ancora sul significato della lettera dei grillini milanesi: chiedere ad un giornalista di usare determinati termini, di adottare un glossario che ha ottenuto il via libera di un partito o movimento, che dir si voglia, è quanto più di antidemocratico ci possa essere.
Inoltre, questa volta non deve passare il messaggio che inviare una lettera con un contenuto simile sia stato semplicemente un gesto ingenuo. Ora i grillini sono una realtà politica a tutti gli effetti, i risultati delle elezioni siciliane lo dimostrano ampiamente. Ogni loro azione è un gesto politico e in quanto tale deve essere responsabile nel rispetto delle norme che regolano la vita della nostra democrazia, perché questo siamo.
Perché c’è modo e modo, con cui si chiede qualcosa. C’è tono e tono, con cui ci si rivolge a qualcuno. E certe, troppe cose di questa letterina ci hanno ricordato richieste, diciamo così, che si avanzano solo ad una certa stampa. Quella di regime.


(Anche su T-Mag)

venerdì 26 ottobre 2012

"Il giornalismo si fa per il giornalismo"

Intendiamoci, non vogliamo insegnare il mestiere a nessuno. Anche noi, nel nostro piccolo e come redazione, non siamo esenti da errori, sviste e quant’altro.
Queste poche righe vogliono rappresentare solo una riflessione, che parte dal caso della notizia che non era notizia, quella della ragazza nera “bruciata viva” dal Ku Klux Klan ma che in realtà si era data fuoco da sola.
Ecco, questo episodio mette in luce alcuni aspetti di un certo modo di fare giornalismo. Quel rincorrere la notizia a tutti i costi con il solo scopo di creare il caso. Quell’aver per forza anche noi l’articoletto su un fatto o fattarello, senza aver la premura di verificarne l’effettiva notiziabilità.
Tutto ciò con un solo obiettivo: attirare più lettori, accaparrarsi quanti più clic possibili.
Nelle righe che seguono, leggerete un virgolettato. Le parole non sono nostre, ma le condividiamo e la loro paternità la sveleremo solo alla fine.
“Se qualcuno di voi vorrà fare questo mestiere sfuggite alla tentazione dello scoop! Ricordate che esso è la scorciatoia dei somari. Consente di arrivare prima, ma male. Il pubblico è uno strano animale, sembra uno che capisce poco ma si ricorda, e se vi giocate la sua fiducia siete perduti. Questa fiducia bisogna conquistarsela seriamente e faticosamente, giorno per giorno. Questo non ci mette al riparo dall’errore, ma impone l’obbligo di denunziare noi stessi, quando ci accorgiamo dell’errore, e di chiedere scusa al lettore. Se volete fare questo mestiere, ricordatevelo bene […]. La cosa fondamentale di un giornale è la cosiddetta audience. L’audience procura pubblicità, perché un giornale non deve solo vivere, ma deve anche produrre soldi, soprattutto se vuole essere indipendente. Un giornale che deve chiedere soldi a qualcuno è per forza di cose suo servo […]. E’ l’audience nelle sue forme più volgari che ci obbliga a involgarire il giornale, che per stampare deve battere questa strada. Questa strada però non ci conduce a niente. Noi avremo un giornalismo sempre peggiore perché sempre più in cerca di audience, sempre più in cerca di pubblicità e quindi sempre più portato ad assecondare i peggiori gusti del pubblico, invece di correggerli. Intendiamoci, il pubblico è sempre il nostro padrone, non si può prenderlo di petto, ma lo si deve educare. Senza mostrarlo però, perché non c’è niente di peggio degli atteggiamenti da mentori […]. Questo è l’impegno che dovete assolvere. Per farlo non c’è sofferenza che ve ne possa sconsigliare e questo mestiere è bellissimo. Non conduce a niente ma è bellissimo. Il giornalismo si fa per il giornalismo, e per nessun’altra cosa”.
Queste sono parole di Indro Montanelli, raccolte nel corso della sua ultima lezione di giornalismo tenuta all’Università di Torino. Era il 12 maggio del 1997.

(Anche su T-Mag)

mercoledì 24 ottobre 2012

Noi giovani siamo davvero così choosy?


E così ce lo dicono anche in inglese, che fa molto europeo e quindi sempre molto trendy.
Noi giovani, ci ha consigliato il ministro del Lavoro e delle Pari opportunità Elsa Fornero, non dobbiamo essere troppo choosy  quando entriamo per la prima volta nel mondo del Lavoro. Dobbiamo“prendere la prima offerta e poi vedere da dentro e non aspettare il posto ideale”.
Choosy, dice Lei. Termine che in lingua nostrana suona come “schizzinoso”. Parola che non è piaciuta a molti qui in Italia. Ma non è la prima volta, già in passato la classe politica ha criticato i suoi giovani, accusandoli di essere un problema per il Paese.
Nel 2007, PadoaSchioppa usò il termine “bamboccioni”.  Quattro anni dopo, era il 2011, l’allora ministro Renato Brunetta la definì “l’Italia peggiore” perché precaria. E, infine, nel 2012 il viceministro Martone usò il termine “sfigati” per indicare i giovani che conseguivano la laurea in ritardo. Insomma, non è la prima volta e, forse, non sarà nemmeno l’ultima.Ma nel caso Fornero, vale la pena riflettere un attimo. Il ministro ha sbagliato a generalizzare. A fare, come si è soliti dire, di tutta un’erba un fascio. E, soprattutto, ha sbagliato nella tempistica.
Perché in un Paese  in crisi come l’Italia, il governo tecnico, supportato dai partiti di maggioranza, non sembra impegnarsi molto per risolvere un problema vero: quello della disoccupazione giovanile. Parte della riforma del Lavoro è stata pensata per i giovani, diranno loro. Ma rendere il mercato del lavoro più flessibile e dinamico in una prospettiva di crescita non sembra la soluzione adatta. Serve dare delle garanzie per il futuro, non precarietà. Guardiamo per un momento i dati: la disoccupazione tra i laureati triennali, secondo una rilevazione condotta da AlmaLaurea, è passata dal 16% del 2009 al 19% del 2010. Peggio va ai laureati con specialistica: quelli senza lavoro si attestano al 20%. Mentre, più in generale, la fetta di popolazione attiva che comprende i 15-24enni senza un lavoro ha oltrepassato (e di molto) la soglia psicologica del 30%.
Tanti, troppi sono i giovani senza un’occupazione e che, anche volendo, non riescono ad entrare nel mondo del Lavoro. Tutto questo perché, molto spesso, i ragazzi alla ricerca di un primo incarico non sono ritenuti all’altezza.
Ma pensiamo anche a chi un lavoro già ce l’ha. Le forme contrattuali, per lo più precarie, non danno garanzia alcuna.
La situazione non è delle migliori, coni giovani guardano con una sfiducia crescente il futuro che, in realtà, dovrebbe appartenergli di diritto.
Ps. Detto questo, è opportuno fare una considerazione: muoversi, vivere nel mondo del Lavoro non è mai stato semplice per nessuno. Né per i nostri nonni, né per i nostri padri. Ma ciò non vuol dire che debba per forza esserlo per noi e i nostri figli.
(Anche su Tribuna Italia)

mercoledì 3 ottobre 2012

Il caso Guareschi, una storia italiana


Molti dei problemi che ci affliggono sono gli stessi con i quali chi ci ha preceduto si è dovuto confrontare a suo tempo.
I motivi si differenziano da caso a caso, ma molto spesso la colpa è di quell’immobilismo che caratterizza da sempre il nostro Paese. Quel non far niente fino a quando non scoppia il caso e allora ci si accorge che qualcosa forse andava fatto e meglio.
Prendiamo la vicenda Sallusti e il reato di diffamazione per il quale è stato condannato a 14 mesi di reclusione. Emessa la sentenza, la politica si è resa conto di dover mettere mano all’ordinamento. Perché, dicono, un giornalista non può andare in carcere per un reato simile. Tutto questo dopo anni e anni durante i quali non si è fatto niente, quando in realtà un precedente già c’era stato. Infatti il direttore de Il Giornale non è il primo. Altri, prima di lui, ci sono già passati. Giovanni Guareschi, ad esempio.
Nel 1954 il direttore di Candido, già condannato quattro anni prima a otto mesi con la condizionale per vilipendio all’allora presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, fu citato per diffamazione dall’ex presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi.
Guareschi, infatti, aveva pubblicato sulle pagine del proprio settimanale due lettere dalle quali emergeva che De Gasperi, durante la seconda guerra mondiale, avesse chiesto agli Alleati di bombardare una zona periferica di Roma, “affinché – si leggeva in una delle missive – la popolazione si decida ad insorgere al nostro fianco”. Nonostante in molti cercarono di convincerlo a desistere dal farlo, Guareschi non ne volle sapere e agendo di testa sua, decise di pubblicarle.
De Gasperi se ne risentì e reagì querelando il direttore di Candido. Il tribunale, chiamato ad esaminare il caso, diede ragione all’ex presidente del Consiglio, giudicando le lettere dei falsi e condannando Guareschi a dodici mesi di carcere che, sommati alla sentenza del 1950, fecero un anno e otto mesi di reclusione.
Guareschi decise di non ricorrere in Appello. E il perché il direttore di Candido lo spiegò in un articolo pubblicato il 23 aprile del 1954.
No, niente Appello. Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma – scriveva Guareschi – un costume. La sentenza è regolare, ha il crisma della legalità. Il costume è sbagliato, e non è una questione che riguardi la Magistratura: è una questione di carattere generale, che riguarda l’Italia intera.
Non è un colpo di testa: io non ho il temperamento dell’aspirante eroe o dell’aspirante martire. Io sono un piccolo borghese, un qualsiasi padre di famiglia che, avendo dei figli, ha dei doveri.
Primo dovere: quello di insegnare ai figli il rispetto della dignità personale. Se non avessi dei figli potrei infischiarmene, venire a patti, a compromessi. Potrei rinunciare a tutta o a parte della mia dignità. Così non si può. In tutta questa faccenda hanno tenuto conto dell’ ”alibi morale” di De Gasperi e non si è neppure ammesso che io possegga un “alibi morale”.
Quarantacinque o quarantasei anni di vita pulita, di lavoro onesto, non sono un luminoso “alibi morale”?
Me l’hanno negato.
Hanno negato tutta la mia vita, tutto quello che ho fatto nella mia vita.
Non si può accettare un sopruso di questo genere. Se il tuo nemico ti sputa in faccia, non puoi ricorrere in Appello per ottenere che ti ripulisca la faccia col fazzoletto.
Se il mio nemico mi porta via il figlio, non posso mettermi a patteggiare con lui perché mi restituisca almeno una gamba di mio figlio. M’avete condannato alla prigione?
Vado in prigione. Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stato dato ingiustamente. Il pugno l’ho già preso e nessuno potrà far sì che io non l’abbia già preso. Non mi pesa la condanna in sé, ma il modo.
“E il modo ancor m’offende”. Invece di un anno, due anni potevano darmi: ma dopo aver dimostrato che si era tenuto conto della possibilità che io fossi un comune onesto uomo sdrucciolato nel baratro della disonestà. Mi hanno invece trattato come il delinquente incapace di compiere un azione onesta. Non perché avessi ammazzato mia madre a colpi di scure, ma perché avevo tentato di offendere De Gasperi. Non hanno neanche voluto ammettere che io possa essere un povero cretino: mi hanno accusato di essere intelligente, di aver agito a ragion veduta, con malafede nera. Mi hanno negato ogni prova che potesse servire a dimostrare che io non avevo agito con premeditazione, con dolo. Non è per la condanna, ma per il modo con cui sono stato condannato. […] No, niente Appello. E’ inutile che insistiate, amici.
La mia dignità di uomo, di cittadino e di giornalista libero è faccenda mia personale e, in tal caso, accetto soltanto il consiglio della mia coscienza. Riprenderò la mia vecchia e sbudellata sacca di prigioniero volontario e mi avvierò tranquillo e sereno in quest’altro Lager. Ritroverò il vecchio Giovannino fatto d’aria e di sogni e riprenderò, assieme a lui, il viaggio incominciato nel 1943 e interrotto nel 1945. Niente di teatrale, niente di drammatico. Tutto semplice e naturale. Per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione”.
Guareschi scontò la pena dal primo all’ultimo giorno. Senza sconti.
(Anche su T-Mag)

martedì 11 settembre 2012

Noi, loro: a Belfast qualcosa non cambia

Intervista a Riccardo Michelucci, giornalista ed autore di Storia del conflitto anglo-irlandese

C’è qualcosa a Belfast che il tempo non riesce a scalfire: l’odio. E’ vero, la violenza tra cattolici e protestanti non è ai livelli degli anni settanta. In fin dei conti, trent’anni sono passati anche qui, in quella parte dell’Irlanda rimasta sotto il dominio britannico.
Ma Belfast continua a vivere, quotidianamente, lotte intestine. Una città divisa: cattolici da una parte e protestanti dall’altra. I recenti episodi di cronaca lo dimostrano: basta un corteo di una fazione per scatenare l’ira di quella opposta.
“Purtroppo bisogna riconoscere che 14 anni dopo la firma di quello storico accordo di pace, l’Irlanda del Nord resta un paese fortemente polarizzato – racconta a T-Mag Riccardo Michelucci, giornalista ed autore di Storia del conflitto anglo-irlandese – la popolazione unionista-protestante e quella cattolico-nazionalista dei quartieri più poveri vive ancora divisa in ghetti, ragiona secondo una logica del noi e del loro, e non si sono registrati significativi passi avanti sul piano della convivenza civile. Queste comunità non hanno sentito gli effetti del processo di pace perché di fatto per loro poco è cambiato dal 1998, anzi ognuno continua a pensare che l’altra parte abbia ottenuto vantaggi e benefici a loro discapito e crede di averci rimesso qualcosa con la pace”.
Nonostante le fazioni coinvolte siano ben delineate. Il conflitto nord-irlandese è tutto fuorché uno scontro religioso: “È stata la propaganda britannica a volerlo dipingerlo in questo modo, non solo negli ultimi 30 anni, ma – spiega Michelucci – fin da tempi ben più remoti e l’ha fatto per celare il proprio ruolo di potenza coloniale nel corso dei secoli”.
Un colonialismo “spietato e senza scrupoli che è sfociato, nell’ultima fase (quella che inizia intorno al 1969), in un’insurrezione anticoloniale che ha dato vita a una guerra a bassa intensità”.
In pratica, la lettura religiosa serve ed “è servita a far passare gli inglesi come i pacificatori, ma – sostiene Michelucci – è smentita dalla storia. Basti pensare, per esempio, che i principali leader indipendentisti non erano cattolici, ma protestanti”.
Gli anni settanta sono lontani, dicevamo. Quelli che un tempo erano considerati nemici della Corona britannica, come l’ex comandante dell’Ira e ormai vicepremier nordirlandese, Martin McGuinness, stringono le mani della regina Elisabetta II. Un gesto, fino a qualche tempo fa, impensabile. Ma che una volta avvenuto “non ha fatto avanzare di un passo il processo di pace” in quanto si è trattato solo di “una colossale operazione di marketing politico”.
Sterili, nell’ottica della distensione tra cattolici e protestanti nordirlandesi, anche le iniziative intraprese dai governi britannici che si sono succeduti in questi ultimi anni.
L’attuale premier David Cameron, ad esempio, “ha proseguito sul solco già segnato dal suo predecessore, Tony Blair, concedendo gesti ‘simbolici’ dal grande impatto mediatico ma dallo scarso effetto concreto”, come la pubblicazione, sotto l’attuale governo Cameron, del “rapporto Saville sulla strage di Derry del 1972, la cosiddetta ‘Bloody Sunday’”.
Con il rapporto Saville, Londra ha riconosciuto che “i civili ammazzati dai paracadutisti inglesi a Derry sono state vittime innocenti e che la strage è stata – come Cameron ha detto in Parlamento – “ingiustificata e ingiustificabile”. “Ma quello che è mancato e temo mancherà sempre sarà – sostiene Michelucci – l’individuazione e l’incriminazione dei colpevoli”.
Il conflitto nordirlandese non sembra destinato ad un’involuzione, appare improbabile infatti un ritorno “alla drammatica situazione di guerra che c’è stata fino a 15 anni fa”. Tuttavia, “il perdurante stallo politico e la ripetizione del ritornello secondo il quale ‘adesso è molto meglio di prima’ impedirà – prevede Michelucci – all’Irlanda del Nord di fare progressi verso una vera pacificazione. Che non significa semplicemente assenza di guerra, bensì – conclude – convivenza, diritti, giustizia, uguaglianza”.

(Anche su T-Mag)

martedì 4 settembre 2012

Non sarebbe più opportuno cambiarli i test?

Che tutti si facciano avanti, senza remore. Perché se l’appello del Codacons dovesse essere accolto dal ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, dal prossimo anno gli aspiranti medici non dovranno più temere qualsivoglia test d’ingresso. Niente più numero chiuso, dentro tutti.
“Il numero chiuso all’università è assurdo ed antistorico”, denuncia il Codacons, che minaccia una class action nel caso in cui la Corte Costituzionale dovesse giudicare tale pratica lesiva del diritto allo studio e del libero accesso alle professioni, garantiti dalla Carta Costituzionale dagli artt. 3, 33 e 34 e dalle direttive comunitarie.
D’accordo: il diritto è un diritto e va garantito oltre che tutelato. Però, in questo particolare caso, il discorso prende pieghe diverse. Qui si chiede l’abolizione del numero chiuso, bollato come “assurdo”, e la soppressione dei test d’ingresso, che, sostiene il Codacons, “con domande di cultura generale, non selezionano certo quelli che saranno, ad esempio, i medici migliori”. Un filino di verità ci può anche stare: la cultura generale non può essere un fattore così discriminante tra quelli che, un giorno, dovranno curare i propri pazienti. Ma il resto sono bubbole. Se si reputano inadeguati gli attuali test d’ammissione, si chiede di cambiarli. Non si cerca di eliminarli, facendo appello a diritti costituzionalmente tutelati. Non si spera nell’abolizione, ma si propone la modifica delle domande e degli argomenti di quest’ultime.
“La selezione – sostiene Marco Donzelli, presidente del Codacons – andrebbe fatta durante gli anni universitari attraverso esami più selettivi”. Su questo non si può non convenire: prove magari più rigide potrebbero rappresentare un mezzo adatto “per migliorare la qualità della nostra sanità”.
Tuttavia, la selezione andrebbe fatta anche in principio, quando il ragazzo non è ancora uno studente di medicina, ma aspira soltanto ad esserlo.
Inoltre aprire a tutti potrebbe rappresentare un problema in più. Immaginiamo che la richiesta del Codacons venga accolta: solo quest’anno, stando alle stime riferite dall’Ansa, i nuovi studenti di medicina e odontoiatria sarebbero 77 mila. Con le attuali regole, invece, i posti disponibili sono 10.173. Quasi ottantamila studenti sparsi per tutto il Paese, divisi nelle diverse università. Un numero forse ingestibile con gli attuali mezzi a disposizione degli atenei italiani.
Sarebbe meglio cambiare i test, piuttosto che eliminarli. Mantenerli perché possano rappresentare un ulteriore fattore di selezione in una prospettiva di eccellenza, necessario soprattutto in un corso di studi così delicato come medicina.

(Anche su T-Mag)

martedì 10 luglio 2012

Viaggio tra il tifo organizzato

Intervista a Diego Mariottini, giornalista ed autore di diversi saggi sul fenomeno ultras

Hanno avuto un loro ruolo, occupato il proprio spazio nel mondo del pallone e tuttora continuano a farlo. Gli ultras sono una cruda realtà che ha radici lontane. “Il fenomeno ultrà nasce negli anni ’60-’70 come un fenomeno aggregante e spontaneo attorno alla propria squadra del cuore. Ma cambia segno nel corso degli anni, tanto più si fa organizzato, più entrano interessi di varia natura: politici ed economici”, spiega a T-Mag Diego Mariottini, giornalista ed autore di diversi saggi sul fenomeno ultras tra i quali Tutti morti tranne uno – Morire di tifo in Italia: dalle origini a Gabriele Sandri e Ultraviolenza-Storie di sangue del tifo. Siamo di fronte ad “una sorta di contropotere, un agente provocatore. Frange del tifo che hanno acquisito potere di mediazione per cui bisogna scendere a patti con gli ultrà perché questi sono collusi con la politica. Una forza teoricamente antagonista al sistema, ma che in fondo fa il gioco del sistema a tutti gli effetti”.
Nel Bel Paese, dove un tempo si giocava quello che era considerato il campionato più bello del mondo, le realtà ultras nelle grandi metropoli si assomigliano molto. “Fatte le dovute differenze, le situazioni – sostiene Mariottini – sono abbastanza simili. A Napoli, ci sono state infiltrazioni di camorra. Durante il periodo d’emergenza rifiuti, gli ultrà sono stati usati per fomentare disordini, scontri con le forze di Polizia. Da forza ideale che era all’inizio, il fenomeno ultrà ora sembra offrire bassa manovalanza al potere di tutti i livelli: potere politico, criminale e di varia natura”.
Ma la situazione non è sempre stata questa. Ad un certo punto il fenomeno ha cambiato pelle: da realtà aggregante, il tifo organizzato diviene più complesso trasformandosi in altro. Il punto di rottura si ha “verso la seconda metà degli anni ’70, quando l’estrema destra trova nel tifo calcistico un punto d’aggregazione molto importante. E’ lungimirante perché – spiega Mariottini – capisce l’importanza del tifo. Una cosa che la sinistra d’allora non comprende. Addirittura, si parlava dello sport come un passatempo borghese”. I ‘compagni’ “non capiscono, invece, l’importanza dello sport sul piano della comunicazione. Oggi come oggi, se vuoi mandare un messaggio a tutto il mondo, fai dire quella cosa a un calciatore. La destra prende il suo spazio e il mondo politico se ne serve, perché sotto il controllo politico o politicizzato delle curve si possono evitare gli incidenti peggiori e tenere a bada i cosiddetti cani-sciolti. Molte volte, scendendo a patti si riesce a scongiurare il peggio. Negli anni ’70, gli stadi erano teatro di scontri. Nella seconda metà degli anni ’70, la situazione si tranquillizza. Quando c’è il morto, è perché chi gestisce la curva ha perso il controllo. Ed è proprio in quel periodo che il potere degli ultrà viene legittimato: vengono regalati loro dei biglietti, ad esempio. Ma le società non si rendono conto che quello diviene una fonte di introito molto importante per gli ultrà e nei momenti di crisi si viene a creare un conflitto con il tifo organizzato, perché queste attività redditizie tornano appetibili alle varie società”.
Dagli anni ’80 in poi, il fenomeno ultrà diventerà una presenza fissa e molto spesso ingombrante nel mondo calcistico italiano. Scontri, episodi di violenza che alcune volte si concludono tragicamente. Antonio De Falchi, Vincenzo Spagnolo, Sergio Ercolano, Filippo Raciti perdono la vita negli stadi. Lo Stato risponde come può e come meglio crede con nuove misure di sicurezza, tornelli, steward, biglietti nominali, trasferte a rischio vietate alle tifoserie ospiti.
Ma anche con altri mezzi come la tessera del tifoso, uno strumento che però “non ha cambiato nulla”, sostiene Mariottini.
“Il problema degli scontri – spiega – non riguardava lo stadio, ma il fuori. Hanno burocratizzato un’area, dove il controllo in qualche modo già c’era grazie al biglietto nominale. Se c’è un buon servizio d’ordine, dentro lo stadio le tifoserie avverse non si incontrano mai. Il problema è quando si incontrano fuori dagli impianti, e lì non c’è tessera del tifoso che tenga. La tessera del tifoso è servita per fare una sorta di schedatura e per far fare una carta di credito al tifoso. Ora, di fatto, la tessera la stanno abolendo, ma se ci fossero stati tutti questi benefici probabilmente non l’avrebbero mai tolta”.
Per concludere chiediamo a Mariottini un commento su un episodio piuttosto recente: Genoa–Siena dell’ultimo campionato, quando un gruppo di ultras genoani costrinse l’arbitro a sospendere la partita e impose ai giocatori rossoblù di togliersi la maglia da gioco. “Quello di Siena–Genoa non è l’episodio peggiore, se si pensa che i tifosi di Lazio e Roma sono riusciti nel 2004 a far sospendere e rinviare una partita. Si è trattato – sostiene Mariottini – dell’ennesima resa dello Stato nei confronti di chi pensa di dettare legge sugli spalti, dagli spalti e fino al campo”.
Perché in fin dei conti, “il fenomeno ultrà non è stato debellato o quanto meno ridotto nella sua entità. Purtroppo, sembra non esserci una volontà politica di sanare questa questione”.

(Anche su T-Mag)