giovedì 4 luglio 2013

Caso Prism: trasparenza o ragion di Stato?

Intervista a Domenico Vecchioni, diplomatico, scrittore ed esperto di intelligence

Per i fautori della “ragion di stato”, Edward Snowden non era la persona adatta per lavorare alla Booz Allen Hamilton, azienda informatica che fornisce consulenza per la National Security Agency. Non era l’uomo giusto, perché oltre ad avere le competenze tecniche necessarie, bisogna essere dei soggetti molto discreti. Bisogna, in sostanza, mantenere il più alto riserbo su quello che si fa una volta timbrato il cartellino. Cosa che il 29enne Snowden (con un passato nella Cia) ha fatto fino a pochi giorni fa, fino a quando non ha deciso di rinunciare al suo stipendio (200 mila dollari all’anno), un posto di lavoro sicuro e ha cominciato a raccontare parte delle informazioni di cui è in possesso.
Dal 2007 gli Stati Uniti, stando a quanto svelato da Snowden, si servono di un programma (il PRISM) e della NSA per controllare il traffico telefonico di cittadini americani e non. Diverse le compagnie telefoniche coinvolte (la Verizon, la Sprint Nextel e l’AT&T, secondo il Wall Street Journal).
Tuttavia i servizi d’intelligence statunitensi non si sono limitati a raccogliere dei dati sul traffico telefonico, si sono spinti oltre. Nel corso dei G20 ad aprile e settembre 2009, ad esempio, hanno collaborato con l’intelligence britannica (il GCHQ) per spiare le comunicazioni telefoniche e via internet dei delegati stranieri. Altri documenti (datati 2010) e diffusi da Der Spiegel hanno poi rivelato che tra gli obiettivi della NSA ci sono stati anche “gli edifici che ospitano le istituzioni europee” a Washington e a New York.
Questo è quello che Edward Snowden ha raccontato fino ad oggi. Ora vive nell’area di transito dell’aeroporto di Mosca, in attesa che uno dei ventuno Paesi a cui si è rivolto gli conceda l’asilo politico. L’Italia, per inciso, è tra quelli che ha già rispedito al mittente la richiesta d’ospitalità.
Per capirne qualcosa di più, T-Mag ha contattato Domenico Vecchioni, diplomatico ed esperto di intelligence. Nel commentare con lui quanto accaduto, Vecchioni non ha potuto non sottolineare il suo stupore per “la reazione di sorpresa dei mass media e dell’opinione pubblica”.
“Ma dove ha la memoria il Guardian, che per primo ha rivelato lo ‘scandalo Snowden’? Non ricorda, o fa finta di non sapere, che le rete di spionaggio tecnologico e informatico su scala planetaria esiste negli Usa da decenni sotto l’etichetta di Echelon? Che cos’è Echelon? Una rete composta di 120 sofisticati satelliti artificiali (soprattutto tipo Key Hole e Lacrosse), 11 stazioni a terra in grado di ricevere le informazioni e due grandi centri per l’elaborazione dei dati a Menwith Hill (Gran Bretagna) e a Pine Gap (Australia). Una struttura concepita nell’ambito di un accordo iniziale intercorso tra USA e Gran Bretagna (UKUSA), al quale hanno successivamente aderito Canada, Australia e Nuova Zelanda. Chi è il responsabile del progetto? La National Security Agency! In collaborazione, guarda caso, con la CIA! Le stazioni a terra sono orientate sui satelliti messi in orbita per intercettare di tutto (chiamate telefoniche, posta elettronica, fax…). Il compito più difficile consiste, nell’infinita mole dei dati raccolti, nella selezione dei messaggi interessanti. Operazione che avviene attraverso ‘parole-chiave’ contenenti espressioni convenzionali o specifici riferimenti a determinate situazioni o nomi di personaggi ‘sospetti’. E’ chiaro quindi che il sistema può essere orientato in qualunque momento verso le direzioni desiderate. Sempre per scopi leciti? Questo – sottolinea Vecchioni – è il problema”.
Appare quindi chiara una cosa: non è la prima volta che gli Stati Uniti conducono una massiccia campagna di controllo e di raccolta delle informazioni. Lo hanno fatto anche in passato, anche se con tecnologie decisamente meno sviluppate. “Il programma PRISM (la struttura di sorveglianza denunciato da Snowden) non è quindi che un’evoluzione, un perfezionamento di Echelon, una struttura cioè che dispone ora di una tecnologia più sofisticata per intercettare anche le chat vocali, le video-chat, gli scambi di messaggi nell’ambito le reti sociali, i trasferimenti di file). Già nel 1993, un ex agente dei servizi segreti canadesi, Fred Stock (uno Snowden ante-litteram), aveva denunciato il funzionamento di Echelon, affermando che il ‘guardiano del villaggio si era trasformato in un cannibale’. Voleva dire che il programma Echelon, nato durante la guerra fredda con finalità esclusivamente militari in funzione anti-sovietica (il guardiano del villaggio), col passare del tempo aveva ampliato i suoi interventi in numerosi altri settori di attività (politico, economico, finanziario), mentre oggetto della raccolta di informazioni poteva diventare qualsiasi paese, anche un alleato (il cannibale). La stessa definizione si adatta perfettamente a PRISM”.
“Difficilmente in effetti si riesce a fare la distinzione effetti-annunci e situazioni reali, giacché molte informazioni e dati di riferimento non possono essere divulgati. Nel caso Snowden aspettiamo ora di conoscere le “spiegazioni” che darà il governo americano all’Unione Europea e ai paesi interessati. E’ peraltro scontato che Washington giustificherà il funzionamento di PRISM con la assoluta necessità di lottare contro il terrorismo e le altre minacce ‘transnazionali’, un’esigenza quindi che risponde ad un interesse comune. Non sappiamo con certezza se PRISM sia stato utilizzato per spiare anche le ambasciate di alcuni paesi ‘amici e alleati’ e le istituzioni dell’UE. Se così fosse, sarebbe indubbiamente grave e costituirebbe una inaccettabile “degenerazione” del sistema. Meraviglia peraltro che finora nessuno si sia accorto di niente. Ma le nostre ambasciate non vengono sottoposte regolarmente a “bonifiche” proprio per verificare che non siano sotto sorveglianza? E poi non si dispongono di computer, telefoni e fax sicuri per le comunicazioni sensibili?”
Quanto fatto da Snowden ci pone di fronte (per l’ennesima volta) al dilemma: il diritto al sapere può prevalere sull’esigenza di garantire la sicurezza nazionale. Vecchioni non ha dubbi: “Lo ‘spionaggio’ deve trasformarsi in “sistema di sicurezza” per difendere il paese dalle nuove minacce che oggi hanno, come accennato,la caratteristica di essere transnazionali e si fanno beffa dei confini statuali (terrorismo, criminalità organizzata, traffico di stupefacenti ecc…). Insomma lo Spionaggio si deve fare Intelligence! In tale prospettiva le strutture di Intelligence si avvieranno in futuro a diventare grandi Agenzie organizzate per produrre informazione “pubblica” e “segreta” da destinare ai governi per le conseguenti decisioni politiche. Servizi segreti quindi largamente aperti ai cittadini, quando possibile e strettamente chiusi, quando necessario. Per fare in modo che a tutte le nuove minacce corrisponda la somma di tutte le nuove competenze acquisite. Quindi è chiaro che la sicurezza comporta inevitabilmente una certa dose di segretezza. Ma è anche chiaro che la credibilità di un sistema di Intelligence dipende dal suo funzionamento “legale”. Gli abusi vanno prevenuti, evitati ed – eventualmente – corretti. Questo precisamente è il compito dei governi! Ma – sottolinea Vecchioni – non si può certo pensare ad un’assoluta trasparenza dei servizi di Intelligence senza comprometterne la loro efficacia e la loro credibilità”.
Quali potrebbero essere gli sviluppi di questa vicenda? “Occorrerà in ogni caso vegliare attentamente….perché se a Echelon è succeduta Prism, a Prism succederà l’Utah Data Center. In effetti è in costruzione nello stato dello Utah (Usa) la più imponente struttura di intelligence mai concepita. Un colossale silos informatico, gestito dalla NSA, capace di intercettare qualunque tipo di comunicazione. Quindi non solo telefonate, mail e fax, ma anche tracce delle attività più personali dell’individuo, come le ricevute del parcheggio, le ricerche fatte su internet, gli itinerari dei viaggi, l’acquisto di libri e così via. Tutto ciò consentirebbe all’Utah Center di ricostruire il profilo virtuale di una persona, con i suoi gusti, le sue preferenze, le sue debolezze. Insomma saremmo al di là del Grande Fratello strategico-militare che, per la sicurezza internazionale, vede e ascolta tutto. Qui avremmo di fronte il Grande Inquisitore informatico in grado di svelare i tratti più privati della personalità di ciascuno! Fantascienza? Forse no. Occorrerà in ogni caso vegliare attentamente…”. 
(Anche su T-Mag)

martedì 4 giugno 2013

Cosa sta succedendo in Turchia

Intervista a Giorgio Del Zanna, docente di Storia Orientale all'Università Cattolica di Milano

E' stata per diversi anni la tigre del Vicino Oriente, ma qualcosa ora sembra essersi inceppato. La Turchia, da un decennio sotto il controllo dell’AKP (Partito per la giustizia e lo sviluppo), sta vivendo momenti delicati: i suoi giovani sono scesi in piazza e si scontrano con le forze dell’Ordine. Dapprima, sembrava che i manifestanti protestassero contro la chiusura del Gezi Park, un parco nel centro di Istanbul. In seguito, i motivi della protesta sono aumentati e così chi scendeva in piazza lo faceva per contestare la nuova legge che vieta il consumo di alcolici dalle 22 alle 6 del mattino. La situazione è poco chiara, almeno ai nostri occhi. Quel che emerge è l’uso della violenza spropositata della repressione, che ha già fatto le prime vittime (tre, al momento), i primi feriti (oltre 4000 di cui 43 molto gravi) e i primi arresti (migliaia). E la situazione non sembra destinata a migliorare, almeno nel breve periodo. Per capirne qualcosa di più, T-Mag ha contattato Giorgio Del Zanna, docente di Storia dell’Europa Orientale all’Università Cattolica di Milano.
“La protesta – spiega Del Zanna – nasce dalla legge che vieta di bere alcol. Una legge, diciamo, decisamente discutibile e che sta suscitando molte proteste e la reazione dei più giovani. Perché proprio i giovani? Perché vengono da dieci anni di democrazia, sono nati e cresciuti vivendo in un Paese a stretto contatto con le democrazie globali. Questa è poi una legge che intercetta la sensibilità laica da sempre presente nella cultura turca. Anche se dobbiamo tenere conto di un aspetto: esistono più Turchie, quella dei piccoli paesi e quella dei grandi centri urbani. Sono proprio quest’ultimi (Ankara, Istanbul e Smirne, ad esempio) che si stanno ribellando. Si parla quindi di quasi un terzo della popolazione turca”.
In tanti hanno visto una relazione tra quanto accaduto in molti Paesi arabi e quanto sta accadendo in Turchia. Spesso a sproposito: “Trovo che sia una connessione assolutamente fuori luogo”, sostiene Del Zanna.
“Perché ci sia la primavera, è necessario che prima ci sia un inverno. E in Turchia – spiega il professore – questo non ci è stato. O meglio, ci è stato in passato. Ricordiamo che la Turchia viene da tre colpi di Stato militari, da regimi dove l’esercito aveva una forte influenza. Non si capisce di quale primavera si possa parlare, la primavera turca è iniziata dieci anni fa. Quando incominciò il processo di democratizzazione della Turchia. Siamo solo di fronte ad una reazione di una parte della società civile nei confronti di una legge vissuta come un passo indietro rispetto a quanto conquistato nell’ultimo decennio”.
L’imposizione della norma che vieta il consumo di bevande alcooliche dalle ore 22 alle 6 del mattino non è quindi il primo passo verso l’instaurazione di una Repubblica islamica? “Per quello che vedo io, non siamo di fronte ad alcun processo di islamizzazione. Del resto, la Turchia è un Paese dove il 98% della popolazione è di fede musulmana. Anche se è necessario fare delle precisazioni: la cultura turca è una cultura fortemente laicista. Erdogan ha introdotto la legge che permette di indossare il velo islamico, ma nessuna donna è costretta ad usarlo. Questa legge contro l’uso dell’alcol, invece, è in questo senso un pochino più audace. Ma siamo molto, molto lontani dall’instaurazione di un regime islamico. Del resto, in Turchia esiste un sistema multipartitico. Il popolo è libero di dire ciò che vuole, la libertà di espressione è diffusa. La società civile è molto vivace. Le proteste di questi giorni ne sono una prova evidente. L’unica cosa che in questi giorni stona: è l’uso eccessivo della forza da parte della polizia. Assolutamente da condannare”.
Quindi una cosa è certa: “Non è possibile paragonare la Turchia a nessun altro Paese della regione. Qui esiste una società civile molto vivace, cosa che in altre nazioni è totalmente assente”.
La Turchia rappresenta un caso unico nel suo genere, “un Paese in grande crescita – spiega Del Zanna – e che nonostante si trovi in una regione storicamente difficile, è riuscito a darsi una grande stabilità”.
Stabilità fondamentale che gli ha permesso, nonostante la crisi economica, di procedere a grandi passi: nel 2010 e nel 2011, mentre l’Europa affannava, il Pil turco cresceva ad un ritmo elevatissimo (+9,0% nel 2010 e 8,5% nel 2011). Un trend che tuttavia ha subito un brusco arresto nel 2012, quando il Prodotto interno lordo si è attestato a quota +2,3%. Un dato positivo se paragonato a quanto si registra in altre parti del globo, ma che per la Turchia rappresenta una delle prestazioni peggiori dell’ultimo decennio.
“Parliamo – sottolinea comunque il docente della Cattolica di Milano – della tredicesima economia mondiale, che attorno al 2023 riuscirà ad entrare nelle prime dieci posizioni. Un Paese giovane demograficamente e che comincia ad acquisire una maggiore consapevolezza dei proprio mezzi. La Turchia, in sostanza, è decisa a sviluppare una politica che si rivolga al centro Asia, ai Balcani, al Mediterraneo. Sta acquisendo fiducia in se stessa, tutto questo può essere un bene così come può essere un male. Dipende sempre da quale indirizzo prenderà questa dinamica e saranno i turchi a deciderlo. Ma sta anche a noi, intesi come Unione europea, nel futuro prossimo dovremo cercare di approfondire le nostre conoscenze sulla Turchia. Dovremmo – conclude Del Zanna – avere meno paura di loro”. 

(Anche su T-Mag)

venerdì 8 marzo 2013

Beppe Grillo: l'uomo, il politico, il comico

“Grillo – diceva Indro Montanelli – non è un comico, non è un moralista, non è un predicatore: è tutte queste cose insieme”. Ma Montanelli, scomparso nel 2001, non poteva sapere che Grillo, un giorno, sarebbe diventato anche un politico. Lo poteva immaginare, forse. D’altronde nei suoi spettacoli, Grillo, ha sempre fatto della politica uno dei suoi argomenti preferiti. Ma il passo dal diventare comico al trasformarsi in un uomo politico non è brevissimo. Tre sono gli eventi che hanno influito a tale cambiamento: l’incontro con Gianroberto Casaleggio, l’esperto di informatica e comunicazione che cura il blog di Grillo, il V-Day, un evento che si è tenuto l’8 settembre 2007 nelle piazze di varie città italiane, lanciato da Grillo e organizzato interamente grazie al passa parola via internet e la nascita, nell’agosto del 2009, del Movimento 5 Stelle.
Una carriera da uomo politico fulminate, che lo ha portato in un tempo relativamente breve a formare un movimento in grado di catalizzare un’enormità di consensi. Un successo notevole, se si tiene conto del fatto che Grillo si è servito solo di Internet e dei comizi. Per rivolgersi agli italiani non si è mai servito di altri mezzi comunicativi. La televisione e i giornali ne hanno parlato, è vero. Ma solo perché faceva notizia.
Come cassa di risonanza delle proprie “idee” usa il blog. Una scelta che si è rilevata azzeccata ed anche una furbata, se volete. Quel che ha da dire, lo dice. Agli altri lascia solo la possibilità di commentare. Di qui nasce però un paradosso: Grillo sostiene che la rete rappresenti un utile strumento per la condivisione di migliaia di informazioni, un mezzo mediante il quale organizzare anche un movimento politico composto da centinaia di persone. Tutto ciò è verissimo, ma il leader penta stellato usa internet diversamente dai suoi “grillini”, il suo è un utilizzo unidirezionale: lui scrive, gli altri leggono e molto spesso commentano, ma alle repliche dei suoi lettori Grillo non risponde, al limite si serve di un altro post o registra un videomessaggio.
Tornando al suo blog, i post pubblicati vengono letti e condivisi da migliaia di persone. Capita, a volte, che scriva delle inesattezze, ma poco importa. Perché tutto finirà del dimenticatoio, cancellato da quanto scriverà la volta successiva. Molto spesso i toni sono aggressivi ed a ogni avversario politico ha affibbiato un nomignolo: Monti è diventato “Rigor Montis”, Silvio Berlusconi lo “Psiconano”, Pier Luigi Bersani “Gargamella” e così via. E tutto ciò piace molto, moltissimo al target del suo blog.
Alla tribuna politica televisiva preferisce un palco in una piazza. Grandi o piccoli centri urbani è indifferente, la gente accorre, curiosa di sentire cosa ha da dire. E lui, che un tempo faceva il comico, sa come far ridere anche parlando di cose serie. Ma il palco offre a Grillo altre opportunità: di stare a contatto con la gente (il che al politico non guasta mai) e, come sempre, di evitare ogni forma di dibattito.
Nei comizi è un fiume in piena, strilla, si agita e la folla ne resta affascinata. Ma Grillo sa cambiare, a seconda del proprio interlocutore, il tono: in piazza strilla e usa un registro linguistico che eufemisticamente potremmo definire colorito. Nelle interviste, in quelle poche che concede, non rinuncia alla battuta, ma usa toni paternalistici e, soprattutto, parla solo con i cronisti stranieri. Perché, accusa, quelli nostrani sono “collusi” con il potere. Quella dei media italiani “non è più informazione, ma – ha sentenziato dalle pagine del proprio blog – una forma di vilipendio continuato, di diffamazione, di attacco, anche fisico, a una nuova forza politica incorrotta e pacifica”.
Il successo del Movimento 5 Stelle nasce dalla rete, ma non deriva solamente da quello. Grillo ha scelto pochi temi (l’e-Democracy, l’ambientalismo, la descrescita, l’antipartitocrazia e l’anticorruzione) e li ha riproposti costantemente. L’attuale classe politica ha fatto tutto il resto. Prima ignorando i cittadini che chiedevano di essere ascoltati, poi rendendosi protagonista di scandali, episodi di corruzione e quant’altro. E allora per Grillo è stato tutto più semplice. Basta vedere l’ultima campagna elettorale.
A bordo di un camper ha girato l’Italia e nei suoi comizi si è limitato a gridare un semplicissimo “via tutti”, facendo così breccia nell’elettorato convinto che la “casta” sia l’unico problema del Paese. Soluzioni vere e proprie per uscire dall’impasse in cui è caduto il Paese, Grillo non ne propone perché non ne ha. Parla di voler creare nuovi posti di lavoro e di voler garantire a tutti un reddito di cittadinanza, ad esempio. Ma per realizzare quello che promette servono tanti, tantissimi quattrini. “I soldi – replicherebbe lui a quest’ultima osservazione -, ci sono, basta toglierli ai finanziamenti pubblici ai partiti con effetto retroattivo. Noi sono tre anni che non prendiamo soldi e ora siamo il primo partito”. Ma anche così facendo, non ci sarebbero fondi a sufficienza per coprire tutte le spese (negli ultimi vent’anni i finanziamenti ai partiti ammontano a 2,7 miliardi di euro). Se Grillo questo lo sa, noi non lo sappiamo. Ma continua comunque a ribadire alle folle che l’unico cambiamento positivo possibile è il suo. Alle ultime elezioni ha ottenuto la fiducia di oltre otto milioni di elettori. Insomma, parliamo di tanti, tantissimi consensi, che tra l’altro hanno reso il suo movimento il primo partito alla Camera e l’ago della bilancia per la formazione dell’esecutivo che dovrà succedere al governo Monti. Eppure, pur cambiando parere più volte al giorno, Grillo non ha alcuna intenzione di far votare ai suoi eletti la fiducia a nessun esecutivo. Una scelta strategica e politica, per costringere l’Italia a tornare di nuovo alle urne e per puntare a far man bassa di nuovi consensi. D’altronde, sottolineerebbe lui, se stiamo così la colpa è dei partiti. Ma così facendo Grillo dimostra di essere come gli altri, come la “casta”. E’ vero, gli eletti del Movimento 5 Stelle rinunciano agli stipendi faraonici dei deputati, non si fanno chiamare “onorevoli” e restituiranno allo Stato i rimborsi elettorali. Ma non basta, serve altro. In un momento in cui i consumi crollano, la disoccupazione schizza alle stelle e le famiglie italiane arrivano a stento alla fine del mese, serve responsabilità e stabilità. E’ necessario accantonare gli interessi di partito e smetterla con i giochini di potere, bisogna pensare unicamente al bene del Paese. Il tempo della propaganda politica, delle chiacchere e degli insulti è finito. Così come è finito da un pezzo il tempo delle risate. E sarebbe opportuno che persino i comici se ne rendano conto.

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mercoledì 20 febbraio 2013

L'endorsement di Romano Prodi


C’è un’usanza, solitamente yankee, che i politici nostrani dimostrano di apprezzare moltissimo: l’endorsement, pratica che consiste nell’annunciare pubblicamente di appoggiare un candidato piuttosto che un altro.
E’ sì, perché dopo Giorgio Napolitano, che dagli Stati Uniti aveva “invitato” gli elettori e i partiti italiani a non liquidare quanto fatto da Mario Monti nei suoi tredici mesi di governo, è giunta l’ora di Romano Prodi.
Andiamo però con ordine: domenica scorsa, l’ex premier è intervenuto ad un comizio del Pd a Piazza Duomo a Milano. Salito sul palco, l’ex presidente dell’Iri si è lasciato andare, elogiando la “serietà” di Bersani e ricordandogli che tra una settimana il centrosinistra abbandonerà le piazze per prendere il comando del Paese.
Sempre domenica poi, il professore bolognese ha rilasciato un’intervista al Sole24 Ore. Ma qui è un Romano Prodi diverso, è quello “che vuole lanciare un fondo internazionale per lo sviluppo del Sahel, la lunga fascia che attraversa l'Africa, dalla Mauritania alla Somalia, aree tra le più povere e instabili al mondo” e per farlo gira di nazione in nazione a “chiedere la carità” per questa “umanità dolente”. Dopo questo breve excursus sul suo nuovo ruolo, Prodi si ricorda però della campagna elettorale in atto nel Paese e torna alle sue origini: “Spero che dal voto venga fuori una netta affermazione del Pd e della coalizione di centro-sinistra così da assicurargli la responsabilità di governo”. Ma questi non sono gli unici due casi, perché anche qualche giorno prima Romano Prodi si era prodigato, questa volta con un video in occasione dell’incontro elettorale all’Europauditorium di Bologna, a incitare l’attuale segretario del Pd. “Bisogna vincere alla grande – aveva detto -. Non un pochino. Vincere un pochino, lo sai benissimo, provoca rischi”.
Ora, qual è il problema se l’ex presidente del Consiglio decide di intervenire ad un comizio del Pd o di dire nel corso di un’intervista per chi fa il tifo a queste elezioni, diranno in molti. Nessuno, diranno altri. Ma non noi. Perché il problema sta nell’incarico che Prodi attualmente ricopre, quello di inviato speciale dell’Onu nel Sahel. Un incarico di prestigio agli occhi di alcuni e che impone a Prodi severe regole a cui attenersi. Ma che di fatto, tutto coinvolto nella campagna elettorale come era e com’è, non ha osservato.
In particolare, Romano Prodi non ha rispettato il paragrafo 44 del documento Onu (ST/SGB/2002/13), che impone il codice di condotta per funzionari e incaricati, secondo cui: “E’ necessario per i funzionari internazionali esercitare discrezione nel proprio supporto a una campagna o a un partito politico”, e non “accettare o sollecitare finanziamenti, scrivere articoli, fare discorsi pubblici o rendere dichiarazioni alla stampa”.
I funzionari dell’Onu devono, si legge ancora al paragrafo 1.2 F, “evitare ogni azione e, in particolare, ogni tipo di dichiarazione pubblica che potrebbe ripercuotersi negativamente sul loro status, o sull’integrità, indipendenza e imparzialità che sono richieste da quello status”.
Insomma, questa campagna elettorale sembra essere troppo importante per Prodi. Tanto importante da fargli dimenticare i suoi obblighi verso il suo nuovo datore di lavoro.

venerdì 15 febbraio 2013

Oscar Pistorius. Dalle stelle all'epilogo più triste

Quando correva lui, era chi lo guardava a rimanere senza fiato. Perché nella corsa di Oscar Pistorius potevi vedere la forza di chi, nonostante tante difficoltà, voleva comunque superare i propri limiti.
Era una di quelle storie da prendere ad esempio, la sua. Usiamo il passato, perché ora Pistorius è protagonista di una vicenda drammatica e se le accuse dovessero essere confermate dalle prove, Pistorius diventerebbe per tutti un assassino. Infatti, nella notte di San Valentino ha ucciso nella propria abitazione di Pretoria la sua ragazza, Reeva Steenkamp. Lui sostiene di aver sparato perché convinto che si trattasse di un ladro, la polizia è fermamente convinta del contrario. Pistorius, dicono, ha assassinato intenzionalmente la ragazza.
Nato il 22 novembre del 1986 a Johannesburg, all’età di undici mesi a Pistorius vengono amputate entrambe le gambe a causa di una grave malformazione congenita: entrambi i peroni erano assenti ed i piedi erano gravemente malformati.
Stella dell’atletica dei giorni nostri, Oscar si era inizialmente avvicinato a tutt’altre discipline sportive: negli anni del liceo, infatti, aveva praticato il rugby e la pallanuoto. Poi un infortunio al ginocchio lo costrinse a stare lontano da prati e piscine e lo spinse verso la pista d’atletica.
Fu una scelta obbligata, ma che gli cambiò per sempre la vita. Dopo aver completato la propria riabilitazione, Pistorius decise di continuare a correre usando protesi al carbonio.
Non aveva neanche compiuto 18 anni che nel 2004 ai giochi para olimpici di Atene portò subito a casa due medaglie, una di bronzo nei 100 metri, l’altra d’oro nei 200. Sono successi importanti, ma Pistorius non si accontenta, vuole altro. Gareggiare con i normodotati, ad esempio. E già nel 2005, prova a chiedere di correre ai Giochi di Pechino, che si sarebbero tenuti da lì a tre anni.
Nel frattempo, la voglia di competere è così forte che Pistorius partecipa, nel 2007, ad una gara aperta a chiunque: il Golden gala di Roma.
Ma poi arriva chi comincia a mettere in dubbio che i successi di Pistorius non siano frutto solo e soltanto delle sue capacità. C’è chi comincia ad ipotizzare che quelle protesi, con le quali ha cominciato a gareggiare quando era poco più che un adolescente, forse gli garantiscono dei vantaggi. E così il 13 gennaio 2008, la Federatletica mondiale sposa questa tesi e ribadisce: “Un atleta che utilizzi queste protesi al carbonio ha un vantaggio meccanico dimostrabile (più del 30%) nel confronto con chi non usa le protesi”.
Ma solo quattro mesi dopo, il 16 maggio, il Tas, ovvero la cassazione dello sport mondiale, ribalta la sentenza. “Al momento – sosteneva chi era stato chiamato a giudicare il caso – non esistono elementi scientifici sufficienti per dimostrare che Pistorius tragga vantaggio dall’uso delle protesi”. Pistorius vede così realizzato il suo sogno: gareggiare con i normodotati.
Ma non tutto va come previsto, perché non riesce a correre al di sotto del tempo richiesto ed è costretto a partecipare nuovamente alla Paralimpiade, competizione che si rileverà particolarmente fortunata: Pistorius vince infatti tre medaglie d’oro, una nei 100 metri (11″8), una nei 200 (21″67, record paralimpico) e una nei 400 (con il tempo di 47″49, che gli vale il record del mondo).
Dal 2011 si trasferisce in Italia ad allenarsi, fra Gemona del Friuli e Grosseto. La scelta di venire nel Belpaese non è casuale: il bisnonno materno era italiano, ma poi si sposta nuovamente in Kenia. Il duro allenamento dà i frutti sperati, il 19 luglio dello stesso anno, a Lignano, conquista il diritto a gareggiare al Mondiale di Daegu nei 400 e nella 4×400, in gare aperte ai normodotati.
Nella gara individuale viene eliminato in semifinale, con la 4×400 vince la medaglia d’argento, anche se non corre la finale.
Tuttavia il sogno di Pistorius si concretizza una seconda volta, alle Olimpiadi di Londra 2012, le prime a cui parteciperà conquistando la semifinale dei 400, correndo in 45″44.
Ma le protesi gli creano problemi nel recupero della fatica e questo spiega perché il giorno dopo corre più lento di un secondo.
Le medaglie le conquista poi ai Giochi paralimpici: quarto nei 100, secondo nei 200, primo nei 400 e con la 4×400. In queste settimane si stava allenando per conquistare un posto al Mondiale di Losca, in programma dal 10 al 18 agosto del 2013. Per il resto Pistorius è un ragazzo molto attivo e si dà da fare per i bambini che vivono le sue stesse condizioni. La sua storia, insomma, è di quelle da prendere a modello. L’epilogo più triste, però, è avvenuto a Pretoria Est, in Sudafrica, ed è cronaca delle ultime ore.


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martedì 12 febbraio 2013

La grande crisi dei giornali italiani

Ottocento esuberi, l’addio alla sede storica in via Solferino al civico 28 e la chiusura di circa 10 testate. Numeri impietosi, contenuti nel nuovo piano di riduzione della spesa del gruppo Rcs Media Group. La scelta del gruppo Rizzoli non è né il primo, né l’ultimo caso nel mondo dell’editoria, che vive momenti di grande difficoltà.
Nel triennio 2009 – 2011, secondo i dati raccolti dal ministero del Lavoro, sono state 37 le aziende editoriali cui è stato riconosciuto lo stato di crisi. Ben 1.210 sono stati i giornalisti in cassa integrazione, mentre sono stati 1.091 i lavoratori ai quali è stato applicato il contratto di solidarietà.
Ma la crisi che colpisce il settore dell’editoria e dell’informazione non è un fenomeno prettamente italiano. In Spagna, ad esempio e solo nel 2008, ben 80 pubblicazioni hanno sospeso la loro attività mentre 6.500 giornalisti hanno perso il posto di lavoro.
Sono tanti i fattori che contribuiscono alle difficoltà del settore. Sempre meno lettori acquistano il quotidiano, ad esempio: la diffusione media giornaliera è infatti scesa sotto le 4,5 milioni di copie, diminuendo, in soli cinque anni, nel periodo compreso tra il 2006 e il 2011, di circa un milione di copie. Nel 2008, la vendita dei quotidiani garantiva incassi per circa un miliardo e mezzo di euro. Nel 2011, tre anni dopo quindi, la vendita ha fruttato meno di un miliardo e 300 milioni di euro.
Ma a diminuire, anche in modo consistente, è anche la quantità di denaro che la carta stampa riesce ad ottenere dalla vendita degli spazi pubblicitari. L’incasso prodotto dalla pubblicità nel 2008 superava il miliardo e 400 milioni di euro. Nel 2011, ha garantito incassi per un miliardo e 160 milioni di euro.
In termini percentuali, nel 2010 la raccolta pubblicitaria è calata del 6,7% rispetto al 2010 con i quotidiani che hanno perso il 7,7%. Il trend è quindi decisamente negativo, ma tutto questo perché chi decide di pubblicizzare il proprio prodotto, azienda o servizio, ad esempio, preferisce usare metodi più innovativi, come Internet. Basti pensare che, secondo i dati dell’Osservatorio Fcp Assointernet, nel periodo compreso tra gennaio-novembre 2012, gli investimenti pubblicitari sono aumentati del 7,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Tuttavia, i ricavi pubblicitari non sempre risultano sufficienti “a compensare” le perdite accumulate dalle aziende. Allora c’è chi decide di offrire al lettore dei contenuti a pagamento anche sul web. Una scelta controtendenza, almeno al momento. Anche perché – e nel caso del Corriere della Sera, il comitato di redazione ha ricordato un certo ritardo nella programmazione di una strategia che miri alle nuove tecnologie – non è facile individuare un modello di business di successo. Il caso del New York Times è emblematico: nel 2011 decise di offrire ai lettori solo 20 articoli gratuiti, mentre per leggere il resto della versione online del quotidiano il lettore avrebbe dovuto pagare. Dall’aprile del 2012, gli articoli gratuiti scesero addirittura a 10. Tutto questo non scoraggiò i lettori, anzi. In poco tempo furono sottoscritti circa 450mila abbonamenti. C’è anche chi decide, invece, di puntare sulla creazione di una pubblicazione pensata esclusivamente per i dispositivi mobili come i tablet. Il caso più famoso è quello del The Daily del gruppo editoriale News Corporation di Rupert Murdoch. Tuttavia, l’esperimento non ha avuto successo e dopo due anni di pubblicazioni, il The Daily è stato costretto a chiudere i battenti.
Ma chi non riesce a monetizzare sufficientemente attraverso la vendita di spazi pubblicitari, di abbonamenti online o tradizionali è costretto a ridurre le spese: come il gruppo Rizzoli, per l’appunto.

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venerdì 8 febbraio 2013

La crisi del Calcio, lo sport nazionale


Il calcio italiano è affetto da una grave patologia: la dipendenza dai ricavi provenienti dalla vendita dei diritti audiovisivi e l’incapacità di diversificare i propri guadagni. Questo è quanto rileva l’Istituto di ricerca Eurispes, che nelRapporto Italia 2013 ha analizzato i Report Calcio 2011 e 2012 del gruppo Figc – Arel e in particolare i dati ricavati durante le stagioni calcistiche degli ultimi tre anni.
I conti, quindi, non tornerebbero. Eppure solo qualche tempo fa, avevamo già affrontato l’argomento e la situazione non sembrava così drammatica, almeno per i grandi club.
Le troppe spese, legate soprattutto all’elevato costo del lavoro (pari al 65% del fatturato totale), non riescono ad essere ammortizzate dai ricavi delle società, incapaci di sfruttare al meglio l’enorme bacino d’utenza a disposizione. Basti pensare che secondo le stime dell’Eurispes ben sette italiani su dieci seguono il calcio professionistico italiano.
Ma i dati, messi a confronto con quelli rilevati nei principali movimenti europei, mettono in luce tutte le difficoltà del calcio italiano, i cui ricavi dipendono in maniera eccessiva dai diritti televisivi. Le società italiane sembrano non conoscere fonti di guadagno altrettanto consistenti e ciò fa sì che la maggior parte dei club si trovino con i bilanci in rosso.
“Nel 2011 – si legge nel rapporto dell’Eurispes – si registra un debito pari a 2,6 miliardi di euro, con una perdita netta di 428 milioni di euro, in crescita del 23% sulla stagione 2009/10. Su 107 club solo 19 hanno chiuso con bilancio positivo e 6 di questi sono di Serie A”.
Un tempo, le casse delle società venivano riempite dai proventi delle vendita dei biglietti. Ora, invece, gli incassi al botteghino si riducono di anno in anno.
“Una tendenza significativamente condizionata dall’avvento della pay tv che ha contribuito fortemente a far cambiare le abitudini dei tifosi appassionati”. Ma non c’è solo questo. Il tifoso preferisce seguire la propria squadra guardandola dal divano di casa anche per altri motivi: gli stadi italiani, strutture fatiscenti e poco accoglienti e “l’aumento del costo del biglietto d’ingresso o dell’abbonamento alle partite”.
“Oggi il calcio professionistico è un sistema che si sta avvitando su se stesso – rileva l’Eurispes – nell’ultimo quadriennio in Italia sembra aver raggiunto circa 1.375 milioni di euro di perdite tra le quali 428 milioni solo nella stagione 2010/2011″.
Per la prima volta dalla stagione calcistica 2003-2004, i ricavi iniziano ad abbassarsi. La causa sono le minori entrate da parte della biglietteria: si registra infatti una minore presenza negli stadi (-8%), causata dell’aumento dell’audience televisiva e dei diritti audiovisivi (-6%) e anche dalla ridotta partecipazione delle squadre alle competizioni Uefa, che ha causato una perdita, in diritti televisivi e audio, pari a 34 milioni di euro fra Champions e Europa League.
“Gli ultimi quattro anni – sottolinea il rapporto – sono stati caratterizzati da una stabilità precaria nei ricavi da diritti audiovisivi (che iniziano a crescere a partire dalla stagione 2011/12) con una crescita significativa dei ricavi dagli sponsor e attività commerciali (+27%)”.
In particolare è lo sponsor ufficiale, quello che trova spazio sulla maglia da gioco per intenderci, a garantire al club gli introiti maggiori del settore con il 58,3% del totale. “Il suo peso specifico – rileva l’Eurispes – è cresciuto in misura rilevate nelle ultime due stagioni, da 85 milioni di euro nel 2007/2008 a 126 milioni nel 2009/2010″.
Sembrano scendere invece i costi operativi rispetto alla precedente stagione e si registra ancora un elevato costo del personale che rappresenta il 72% dei ricavi. È anche aumentato il costo del lavoro (+22%) raggiungendo la quota di 1,6 miliardi di euro all’anno pari al 65% del fatturato. Inoltre, “se nel concetto di costo del lavoro, oltre agli stipendi, s’inserissero anche gli ammortamenti dei diritti delle prestazioni dei giocatori, tale valore salirebbe all’89,7% al netto delle plusvalenze”.
“L’attuale situazione patrimoniale – avverte l’Eurispes – è meno rassicurante rispetto al passato poiché, se il valore patrimoniale della Serie A è cresciuto nell’ultimo quadriennio (+21%), l’incremento non è dovuto alla maggiore autonomia delle squadre, che nello stesso periodo hanno generato importanti perdite di esercizio. Basti considerare il solo livello di Ebit che ha generato una perdita nel quadriennio stimabile in 720 milioni di euro. I debiti sono cresciuti di 766 milioni di euro: il 66% attraverso l’indebolimento bancario passato da 422 milioni di euro a 928 milioni di euro; per il 22% mediante l’aumento del debito commerciale e per il 18% allungando i tempi medi di pagamento dei giocatori acquistati in Italia”.
Nello stesso periodo si sono abbassati anche i debiti tributari verso le società del gruppo, sono aumentate le conversioni dei finanziamenti soci in copertura delle perdite o i proprietari delle squadre di calcio hanno ridotto il proprio apporto finanziario alle squadre. I ricavi derivanti dagli sponsor e dal merchandising, nel triennio 2007-2010, hanno registrato un andamento crescente (Cagr 2007-2010, +8,3%).
E’ aumentato anche “il peso specifico” dello sponsor ufficiale, cresciuto in misura rilevante nelle ultime due stagioni, passando dagli 85 milioni di euro nel 2007/2008 ai 126 milioni nel 2009/2010.
Per concludere, i dati contenuti nel rapporto Eurispes sono decisamente poco rassicuranti per il mondo del pallone. Tuttavia, c’è ancora una via d’uscita. “La sostenibilità e la competitività del sistema calcio – si legge nel Rapporto Italia 2013 – si raggiungeranno attraendo nuovi investitori, manager di qualità e nuove tipologie di tifosi; la combinazione di tutto ciò è alla base di un cambiamento che porterà a infrastrutture, giovani talenti, nuove fonti di ricavi e maggiore qualità nella gestione delle strategie di business”.
(Anche su T-Mag)

giovedì 7 febbraio 2013

Un lungo viaggio in Corea del Nord


Intervista a Giuseppina De Nicola, coreanista e antropologa presso la Seoul National University - Centro di Cultura Italia Asia


Quello che accingiamo a fare, attraverso le parole di questa intervista, è un viaggio in un Paese che l’autorità italiane sconsigliano vivamente di visitare senza aver preso i giusti accorgimenti: la Corea del Nord.
Da oltre mezzo secolo sotto il controllo totale di un regime di stampo marxista – leninista, la Corea del Nord è semisconosciuta all’Occidente. Le fonti ufficiali raccontano di una dittatura durissima, di una nazione in possesso dell’atomica e che vede nella Corea del Sud e negli Stati Uniti “i nemici giurati”.
Per capire come è la vita nel Paese dominato dalla famiglia Kim, T-Mag ha contattato Giuseppina De Nicola, coreanista e antropologa presso la Seoul National University – Centro di Cultura Italia Asia.
“La prima cosa da mettere in rilievo – spiega De Nicola – è l’enorme differenza delle condizioni di vita che esiste tra la città e la campagna. Bisogna anche tener conto del fatto che il regime nordcoreano è uno dei più duri al mondo e che non lascia spazio al dissenso popolare. Questo rende difficile, per qualsiasi osservatore operante sia all’interno del Paese che all’esterno, distinguere quale sia la vera condizione di vita di un nordcoreano. Sicuramente gli abitanti della capitale, P’yŏngyang, vivono una vita piuttosto ‘normale’. Dalle testimonianze di coloro che hanno visitato il Paese, la vita quotidiana sembra trascorrere in modo tranquillo. Gli abitanti sono molto fieri della loro cultura, del loro Paese e del loro Leader. Voci differenti vengono dai rifugiati politici, fuggiti all’estero che denunciano violazioni di diritti umani e presenza di gulag”.
“Le case indipendenti come le villette, con impianti di riscaldamento ed elettrici indipendenti, sono riservate ai membri di alto rango nel partito e agli ufficiali dell’esercito. La maggioranza dei cittadini non possiede un’autovettura. A parte la capitale ed altre poche città, il paesaggio nazionale è diviso in aree semi-urbane, sottosviluppate e agricole”.
“In città ci sono negozi e anche grandi magazzini. Tuttavia – precisato la professoressa -, i beni di base spesso sono a carico dello Stato sotto forma di ‘razione’ o ‘regalo’, ad esempio libri scolastici e divise. Negli ultimi anni le attività commerciali sono sicuramente aumentate, in genere si trovano più prodotti. Esiste un progetto che auspica la creazione di una zona di libero commercio nella regione nord orientale del Paese in collaborazione con capitali cinesi e sudcoreani. Bisognerà vedere come esso si evolverà nel tempo”.
“Sebbene ufficialmente – aggiunge De Nicola – la società della Corea del Nord si proclama senza classi sociali, liberata dal fardello del feudalesimo, di fatti esiste una divisione in coloro che hanno potere politico e coloro che non ce l’hanno, con un’evidente disuguaglianza nella distribuzione di privilegi e guadagni. In cima alla piramide ci sono i membri della famiglia di Kim Il Sung, a seguire vi sono i suoi camerati e le loro famiglie. Lo strato seguente è occupato dalle famiglie dei veterani della guerra tra le due Coree e da quelle degli ufficiali che hanno partecipato ad azioni di sabotaggio anti – sudcoreane. I figli e i discendenti di queste classi vengono educati in scuole dedicate agli eroi della rivoluzione e avranno migliori opportunità di carriera. Gli altri cittadini vengono divisi in ranghi in base alla loro storia familiare e alle loro origini rivoluzionarie. Lo status viene continuamente sottoposto a revisione e se un membro della famiglia compie un crimine tutta la famiglia subirà un declassamento di rango”.
Come in ogni sistema totalitario che si rispetti, “la partecipazione in organizzazioni politiche occupa un importante posto nella vita quotidiana dei nordcoreani”.
“Ogni cittadino – racconta ancora la professoressa – appartiene per lo meno ad una organizzazione politica e questo serve anche da sistema di controllo sociale, solo per citare alcune di queste organizzazioni: the Korean Democratic Women’s Union, the Korean Congress of Trade Unions, the Korean Socialist Labor Youth League, the Korean Farmers’ Union, the Korean Press Association, the Korean Association of Writers and Artists, the Korean Young Pioneers…”.
Ma il regime, come spiega l’esperta, regola la vita dei cittadini anche negli ambiti più intimi, come il matrimonio. “Per quest’ultimo si tengono in considerazione le origini della classe di appartenenza. Se i due promessi sposi appartengono a classi diverse il matrimonio potrebbe non essere approvato. Dopo il matrimonio alla coppia viene concessa una casa o un appartamento, in ogni caso dovranno aspettare fino a quando la loro residenza verrà approvata dalle autorità competenti”.
Il governo, con a capo i membri della dinastia Kim, definisce se stesso come uno “Stato socialista e indipendente”. Ma c’è dell’altro, perché sebbene si ispiri al marxismo – leninismo, la Corea del Nord ha una propria dottrina politica: il Juche.
“Il Juche o Chuch’e (주체, 主體) è un’ ideologia politica creata dal leader del Partito dei Lavoratori e primo capo del governo della Repubblica Popolare Democratica dei Corea, Kim Il Sung (vero nome Kim Sŏng Ju). Il termine Juche – chiarisce De Nicola – consiste di due termini: Ju significa signore, padrone, proprietario, sovrano, principale; Che indica il corpo, il tutto, l’essenza, la sostanza, uno stile. Generalmente viene tradotto come ‘autonomo, indipendente, auto – sufficiente’. In realtà, al di là del significato letterale, il Juche è un’idea profondamente antropocentrica, esprime una visione dell’uomo come essere indipendente e consapevole del proprio ruolo all’interno della società che lo circonda. Egli è visto come un essere sociale solamente attraverso l’indipendenza (chajusŏng), o meglio, l’uomo ha insita in sé l’indipendenza che lo eleva ad essere sociale. Il Juche prende esplicitamente forma il 28 dicembre 1955, in occasione di un discorso tenuto da Kim Il Sung, durante il quale propone l’applicazione dell’ideologia rivoluzionaria nel pensiero e nella sfera lavorativa nordcoreana. Tuttavia, sarà l’articolo 4 della Costituzione, promulgata nel 1972, a sancire il Juche vera e propria dottrina governativa: in esso si dichiara che la Corea del Nord è guidata nelle sue attività dal Juchè – applicazione creativa del Marxismo a Leninismo alle condizioni peculiari del Paese. Kim Il Sung vide tre campi di applicazione nella politica: indipendenza da un punto di vista ideologico e politico (chaju); autosufficienza economica (charip); ed un sistema nazionale di difesa anche esso autosufficiente (chawi)”.
“Il principio dell’indipendenza politica (chaju) – puntualizza la professoressa – è uno dei suoi temi centrali. Nel rispetto delle relazioni internazionali, i suoi principi prevedono che ci sia rispetto e un mutuo riconoscimento delle nazioni. Attraverso questa base ideologica, gli Stati sono uguali gli uni agli altri e non devono intervenire negli interessi interni degli altri”.
“Il secondo campo di applicazione è legato al campo economico, ovvero dell’indipendenza economica (charip). Indipendenza necessaria al fine di garantire l’integrità politica e raggiungere la prosperità nazionale. L’ultima area legata al concetto di indipendenza è quella della difesa della Patria (chawi). L’indipendenza in questo campo si attua attraverso il Sŏngun, che letteralmente significa ‘l’esercito al primo posto’, e indica la centralità e l’importanza dell’Esercito Popolare nella politica e nell’economia del Paese”.
“Infine – ricorda De Nicola – Kim ha posto l’accento sul ruolo del leader supremo, Suryŏng. Secondo lui ogni Stato dovrebbe aver il proprio Suryŏng: l’idea sottolinea l’unità dei ranghi rivoluzionari che circondano il leader supremo, fonte di lealtà e fiducia infinita del popolo, e attraverso il quale riusciranno con successo nelle loro imprese e negli sforzi quotidiani”.
“Non ci si può esimere dall’affermare – sostiene la professoressa – che il Juche sia intriso anche di una forte influenza neoconfuciana nell’idea di nazione-famiglia. Questo è particolarmente evidente nei quattro capisaldi di questa ideologia: la teoria del leader rivoluzionario, della vita sociale e politica, della grande famiglia sociale e della moralità rivoluzionaria.
Secondo le prime due, il leader politico dà la vita al popolo, come se fosse un genitore che da la vita ai propri figli. Per la precisione il leader politico raffigura il padre, il partito raffigura la madre ed insieme danno vita sociale e politica al popolo. Quindi il popolo è legato al leader e al partito da questa relazione di tipo familiare. Così la figura del leader politico diventa più importante di quella del padre biologico, che a sua volta deve sottostare alla volontà del leader e del partito. Per le altre due, quella della grande famiglia socialista e della moralità rivoluzionaria, il popolo si deve sentire felice di vivere in questa grande famiglia (leader, partito e popolo) e deve onorare il padre fondatore, Kim Il Sung. Ed è proprio questo legame, che diviene una virtù morale per poter sviluppare il controllo sulla popolazione della Corea del Nord. Questa è la moralità rivoluzionaria. Il suo elemento base è l’obbedienza al padre/leader. Kim Il Sung e i suoi successori hanno saputo usare i valori della filosofia Juche per creare un nazionalismo legato alla lotta di indipendenza contro le potenze straniere, in particolare, l’ex Unione Sovietica e gli Usa e per giustificare le politiche di self – reliance e self- denial di fronte alla carestia e alla stagnazione economica da sempre presenti in DPRK”.
Ma il Juchè, ha rilevato la professoressa, “pur dichiarandosi di ispirazione marxista-leninista, a ben guardare non aderisce a questi principi. L’idea antropocentrica su citata contraddice l’asserzione di Karl Marx sul determinismo economico e, inoltre, quest’ultimo non esaltò mai la posizione dell’uomo nella gerarchia di fattori storici di importanza. Diversamente da Lenin il regime di Kim Il Sung sosteneva una gerarchia di un unico capo – guida rivoluzionario, piuttosto che un nucleo di leaders eccezionali impegnati a guidare la lotta rivoluzionaria”.
La Corea del Nord, dicevamo, vede negli Stati Uniti il “nemico giurato”. Ma vista la distanza che separa le due nazioni, questo odio sembra avere finalità più che altro propagandistiche. Discorso diverso invece per quanto riguarda la vicina Corea del Sud. I due popoli, separati da un confine, non hanno però rapporti diretti. I sudcoreani, come il resto del Mondo, hanno le idee poco chiare di come sia la vita in Corea del Nord. “In proposito – riferisce la professoressa -, ho scritto un saggio L’Impero del Mai, edizioni ObarraO, insieme al giornalista Marco del Corona, in cui si parla proprio dell’immaginario nordcoreano nella Corea del Sud. In generale, tutti si aspettano che prima o poi ci sarà una riunificazione, ma senza azzardare il come e il quando. La divisione è senz’altro una tragedia ma, dal mio punto di vista, negli ultimi anni la gente è più preoccupata dalla ricerca del benessere, e se il Sud Corea ha da tempo raggiunto questo obiettivo non escludo che anche al Nord il popolo esigerà sviluppo e benessere. Questo fenomeno è già in atto”.
(Anche su T-Mag)

sabato 2 febbraio 2013

Press freedom index 2013

Raccontare cosa succede, il perché, il dove e il come, in certe parti del mondo non è semplice e, a volte, può essere anche un pericolo. Tutto ciò perché la libertà di stampa non è un valore riconosciuto e tutelato da tutti allo stesso modo. In alcune democrazie, la stampa può essere influenzata da conflitti d’interesse. Nei regimi totalitari, invece, è fortemente limitata ed è chi detiene il potere a decidere cosa si deve raccontare e cosa no. Per questo è necessario monitorare il grado di libertà di cui gode la stampa nelle diverse parti del mondo ed è necessario riflettere sugli “atteggiamenti e le intenzioni dei governi nei confronti della libertà degli organi di informazione a medio e lungo termine”. E il rapporto annuale di Reporter senza frontiere ha proprio questo scopo.
Per la prima volta, nello stilare il proprio rapporto, Reporter senza frontiere ha introdotto un “indicatore” annuale globale della libertà dei media nel mondo.
“Questo nuovo strumento analitico – si legge nel comunicato – misura il livello complessivo della libertà di informazione nel mondo e la performance dei governi mondiali nella loro completezza per quanto riguarda questa libertà fondamentale”.
Uno strumento che si è reso necessario, “viste la progressiva affermazione delle nuove tecnologie e l’interdipendenza tra governi e popoli, la libertà di produrre e diffondere notizie e informazione in senso lato ha bisogno di essere valutata sia a livello mondiale che a livello nazionale”.
“Oggi, nel 2013, il suddetto “indicatore” della libertà dei media si fissa a 3395; essendo il primo, rappresenterà il punto di riferimento per gli anni a seguire”.
Tale indicatore può anche essere “scomposto” regionalmente e, attraverso una ponderazione basata sulla popolazione di ciascuna regione, può essere utilizzato per produrre un punteggio che va da 0 a 100, dove lo zero rappresenta un totale rispetto per la libertà di informazione.
“Con riferimento alla classifica di quest’anno, si è così prodotto – spiega Reporter senza frontiere – un punteggio di 17,5 per l’Europa, 30,0 per le Americhe, 34,3 per l’Africa, 42,2 per l’Asia-Pacifico e 45,3 per la Russia e le ex repubbliche sovietiche (ex-URSS). Nonostante le Primavere arabe, le regioni del Medio Oriente e del Nord Africa si sono classificate ultime con un punteggio di 48,5”.
Le prime tre posizioni di questa classifica sono occupate da Finlandia, Olanda e Norvegia. Le ultime tre, invece, da Turkmenistan, Corea del Nord ed Eritrea.
Tra le grandi democrazie, ce n’è una in particolare che è scesa e di molto in classifica: Israele, che ha perso circa 20 posizioni, passando alla 112. Questo a causa, spiega il rapporto, della “presa di mira militare contro i giornalisti della Palestina”.
Va male anche il Giappone, passato alla 53esima posizione rispetto alla 22esima occupata lo scorso anno. Tokyo è colpevole di non essere stato trasparente nell’accesso “alle informazioni sulle tematiche direttamente o indirettamente connesse al disastro di Fukushima”.
Migliorano, tra i Paesi protagonisti della primavera araba, l’Egitto e la Libia: con il primo che sale al 158esimo posto (otto posizioni in più rispetto allo scorso anno) e il secondo che guadagna 23 posizioni, piazzandosi al 131esimo posto.
Esistono poi i cosiddetti “modelli regionali” ovvero quei Paesi che influenzano le nazioni confinanti. Parliamo del Brasile (108esima, -9), dell’India (140esima, -9), della Russia (148esima, -6), della Cina (173esima, -6), della Turchia (“la più grande prigione al mondo per i giornalisti”) e del Sud Africa. Ebbene, in tutti questi Paesi le condizioni della libertà di stampa hanno subito un peggioramento. Emblematico è il caso della nazione sudafricana, dove i reporter hanno sempre goduto di ampie libertà e tutele, ma che ora rischiano invece di essere notevolmente limitati. Qui, infatti, è stato approvato il Protection of State Information Bill ovvero la legge per la Protezione delle Informazioni Statali, che prevede pene molto severe per chiunque divulghi segreti di Stato.
La libertà di stampa è ampiamente garantita nell’Unione europea. Tuttavia, avverte Reporter senza frontiere, qualcosa si “sta sfasciando”. Perché mentre sedici dei suoi membri si trovano ancora nella “top 30″ della classifica, altri invece indietreggiano o non fanno niente per migliorare. Italia e Grecia, ad esempio. Nel nostro Paese (che pure ha guadagnato quattro posizioni dalla 61esima alla 57esima), dove “il reato di diffamazione deve essere ancora depenalizzato”, le istituzioni ripropongono “pericolosamente leggi bavaglio”. Mentre in Grecia, che ha perso 14 posizioni e ora è 84esima, “l’ambiente sociale e professionale per i suoi giornalisti, esposti alla condanna pubblica e alla violenza sia dei gruppi estremisti che della polizia, è disastroso”.


(Anche su T-Mag)

giovedì 24 gennaio 2013

Cosa rappresenta il "chavismo"


Intervista a Loris Zanatta, professore di Storia dell'America Latina all'Università di Bologna

Il passato recente e il futuro del Venezuela sono legati al destino di un uomo: Hugo Chavez. Un leader in grado di guidare una nazione per molto tempo quasi indisturbato, ma che a causa di una lunga malattia rischia ora di mandare in tilt l’intero Paese. Del suo stato di salute si sa poco o nulla e c’è chi lo ha dato anche in punto di morte, l’unica cosa certa è che si trova in cura a Cuba, dal suo amico Fidel Castro. Nonostante tutto, il popolo venezuelano gli ha rinnovato la fiducia e, in ottobre, quando sembrava che Chavez avesse superato ogni difficoltà, lo ha rieletto presidente per la quarta volta consecutiva. Poi la sua situazione è di nuovo peggiorata ed è dovuto andare a L’Avana, per questo non ha potuto partecipare alla cerimonia del suo insediamento, ma l’assemblea nazionale venezuelana gli ha concesso “tutto il tempo di cui ha bisogno”. D’altronde, Chavez è ancora considerato il leader indiscusso del Paese e al suo nome è legata la corrente politica che ha influenzato la vita della repubblica sudamericana   negli ultimi anni: il chavismo.

“Il chavismo – spiega a T-Mag Loris Zanatta, professore di Storia dell’America Latina all’Università di Bologna – definisce se stesso come il ‘socialismo del XXI secolo’, ma è più corretto definirlo come un classico populismo. Il populismo – puntualizza – deve essere inteso come un fenomeno che concepisce la società come una entità omogenea e indifferenziata, che tende perciò a esprimersi con voce univoca, quella del leader carismatico. Una società il cui insieme trascende la semplice somma delle parti e dove, fuor di metafora, i diritti degli individui sono sacrificabili al bene dell’insieme, o almeno a come il leader, incarnazione del popolo, definisce quel bene. Al chavismo calza come un guanto tale definizione”.
“Così come – prosegue il professore – gli calza l’osservazione che il populismo trasforma il suo “popolo”, senz’altro maggioritario, in tutto il “popolo”. Ciò produce due conseguenze, tipiche del chavismo. La prima rappresenta la forza del chavismo ed è il suo indubbio ruolo di integrazione dei ceti popolari cui si rivolge con le sue ‘missioni’ sociali, finanziate con gli immensi proventi della rendita petrolifera e missioni che prestano servizi di prima necessità ma anche utilizzate come canali sia di indottrinamento ideologico sia di clientelismo elettorale. La seconda conseguenza è una irrefrenabile pulsione totalitaria, che in nome dell’omogeneità del popolo porta il chavismo come ogni altro populismo a monopolizzare il potere, a sopprimere la divisione tra i poteri dello Stato, a controllare e usare come megafono della sua ideologia i mezzi di informazione, a utilizzare come proprio patrimonio la ricchezza pubblica: tutte cose che il chavismo fa abbondantemente, cancellando di anno in anno le distinzioni tra Stato, società, partito e ‘popolo’ chavista, al cospetto del quale l’opposizione, pur coprendo oltre il 40% del paese, è vista come ‘nemica’ e ‘traditrice’ del Paese. Unico freno allo strapotere chavista è il fatto che in luogo di giungere con la forza al potere come Chávez tentò nel 1992, vi è giunto per via elettorale grazie al tracollo del vecchio sistema politico. Ciò gli ha conferito più legittimità ma lo ha anche costretto a ‘ibridarsi’ con la democrazia rappresentativa, o almeno a usarne gli strumenti, benché la disprezzi e dichiari di continuo di intendere ‘superarla’”.
“Il chavismo – spiega Zanatta – si inserisce nel profondo solco dei populismi latinoamericani, il peronismo in primis, come testimonia il fatto che assai prima di attorniarsi di raffinati intellettuali specialisti in studi postcoloniali, Chávez amava rivendicare la concezione organicista dell’ordine sociale di un Tommaso d’Aquino o citare a menadito la teoria dell’uomo forte capace di plasmare la storia di Thomas Carlyle, per non dire di quanto il suo discorso e immaginario sociali sono impregnati di cosmologia cristiana. Il ruolo preponderante dei militari nel suo regime, dove occupano le posizioni strategiche, la dice lunga su tale genealogia”.
Chavez, come leader, si è dimostrato all’altezza della situazione. La sua azione di governo, supportata da un forte consenso popolare, ha avuto molti obiettivi. Alcuni dei quali decisamente ambiziosi, come l’estromissione degli interessi economici degli Stati Uniti dal suolo venezuelano. O almeno questo è quanto ha sempre rivendicato, con orgoglio, il governo di Caracas. Perché, secondo Zanatta, “ad essere cambiato da oltre un decennio in qua e a prescindere dall’avvento al potere di Chávez è il peso che gli Stati Uniti sono in grado di esercitare nella regione. Il fatto che quasi tutta l’America Latina sia oggi retta da regimi democratici e che gli effetti della globalizzazione l’abbiamo in generale premiata dandole nuovi partner e sospingendone la robusta crescita degli ultimi anni, riduce la capacità degli Stati Uniti di influenzarne gli orientamenti politici ed economici”.
“Mai come oggi – aggiunge a tale proposito il professore – si può dire sia che l’America Latina gode di ampia autonomia da Washington sia che al suo interno vi sono grandi differenze tra aree con livelli di sviluppo, interessi nazionali e reti di rapporti internazionali assai diversi tra loro. Detto ciò, va da sé che il Venezuela di Chávez, tra i primi fornitori di petrolio al mondo degli Stati Uniti ma deciso a fare dell’antiamericanismo una bandiera intorno alla quale costruire consenso sia all’interno del paese sia nel mondo, abbia creato grattacapi a Washington. Specie da quando Chávez ha mostrato la chiara di intenzione di usare il petrolio come arma politica per crearsi clientele politiche in Sudamerica (Bolivia, Ecuador e in parte perfino Argentina), in America centrale (Nicaragua) e nei Caraibi e per estendere il suo raggio d’azione alla schiera di Stati che nel mondo sfidano gli Stati Uniti, coi quali il Venezuela coltiva oggi rapporti strettissimi: Russia e Iran in primis, ma anche Bielorussia e Siria, così come un tempo la Libia. La costante e spesso violenta polemica venezuelana con gli Stati Uniti, non si può però dire che ne abbia causato scomposte reazioni, né che abbia intaccato i fattori strutturali che rendono per entrambi i paesi conveniente non trasferire il conflitto dall’ideologia alle relazioni economiche. Per un verso, infatti, gli Stati Uniti sono troppo coscienti del grande capitale di popolarità che porterebbe al chavismo una loro veemente reazione alle sue provocazioni, per cui tengono da sempre un basso profilo e pur ribadendo il desiderio di vedere un Venezuela più democratico di quanto non sia, non perdono occasione per mostrarsi disposti a migliori rapporti, al punto che l’opposizione venezuelana se ne è più volte lamentata. Per un altro verso, a proposito dei rapporti economici tra Venezuela e Stati Uniti, non si può dire che gli sforzi chavisti di differenziare i propri partner e dipendere meno dal mercato statunitense abbiano finora sortito gli effetti desiderati, dato che la cattiva qualità del petrolio venezuelano ne rende complessa e costosa la raffinazione, il che disincentiva partner lontani come la Cina. Come se ciò non bastasse, facendo uso politico del petrolio il governo di Chávez ne ha aumentato la quantità che cede a clienti politici a condizioni agevolate mentre nei fatti lo regala ai consumatori interni: unita agli scarsi investimenti e alla discutibile gestione della grande impresa petrolifera di stato, la PDVSA, entrambi fattori che hanno causato la riduzione di un terzo della produzione petrolifera venezuelana nell’ultimo decennio, tale circostanza fa sì che il Venezuela esporti meno di un tempo e sia meno importante del passato per gli Stati Uniti. I quali, tra l’altro, hanno reagito alla sfida di Chávez investendo di più sulla propria autosufficienza energetica”.
In settimana, i membri del governo venezuelano hanno annunciato il ritorno di Chavez. Ma il futuro del leader è quanto mai incerto, le cure cubane hanno avuto o stanno avendo gli effetti sperati? Al momento non si hanno ulteriori informazioni e forse il presidente non è ancora del tutto guarito. Ma Chavez, come ogni uomo di potere del suo spessore, non è un uomo qualunque: da lui dipendono delicati equilibri politici e le conseguenze di una sua eventuale scomparsa, sottolinea Zanatta, “sono imprevedibili”.
“Poiché se da un lato il suo regime ha avuto nel leader carismatico il principale collante, dall’altro non v’è dubbio che il chavismo trascenda la figura di Chávez e abbia piantato profonde radici tra i ceti popolari. Ciò non toglie che il chavismo sia attraversato da profonde faglie che la scomparsa del collante potrebbe approfondire: quelle ideologiche tra i socialisti in stile cubano come il delfino in pectore di Chávez, il vicepresidente Nicolas Maduro, e i cosiddetti boliborghesi, come il presidente dell’Assemblea Nazionale Diosdado Cabello, saliti sul carro del regime mossi più dall’opportunismo che dagli ideali. Ma divisioni covano anche tra la potente casta militare e i dirigenti civili, tra il partito centrale e il partito periferico e così via.
Problemi seri potrebbero però venire alla tenuta del regime chavista e alla sua proiezione esterna dalla situazione economica, in particolare se il corso dei prezzi petroliferi dovesse flettere. E’ noto, infatti, che nonostante l’astronomica cifra di 800 miliardi di dollari entrati nella casse venezuelane da quando Chávez è al potere grazie ai prezzi stellari del petrolio, la gestione populista dell’economia ha portato a generare un forte deficit, a causare un’elevata inflazione che erode i salari, a fare salire alle stelle il dollaro sul mercato parallelo. Tutti fenomeni accompagnati da croniche mancanze di generi di prima necessità dovute alle rigide politiche di controllo cambiario e ai paradossali black-out elettrici, causati dagli scarsi investimenti in infrastruttura. In tale situazione, aggravata dalla gigantesca crescita della spesa pubblica attuata dal governo durante le elezioni dell’ottobre scorso, e con le scadenze dei debiti sempre alle porte, è assai probabile che presto le autorità dovranno ricorrere a una sostanziosa svalutazione, i cui costi sociali saranno difficili da far digerire alla popolazione in assenza di Chávez. A quel punto è probabile che nel seno del regime crescano le pressioni per tagliare le enormi perdite che il Venezuela si accolla ‘regalando’ petrolio col fine di reclutare alleati all’estero. Perché, saranno sempre in più a chiedersi, non impiegare quelle risorse sul fronte economico interno, che tanto ne necessita?”.
(Anche su T-Mag)

venerdì 18 gennaio 2013

Intanto in Siria si continua a morire

Nessuno fa niente per porre fine a quanto sta accadendo in Siria. Eppure, non c’è giorno che passi senza che civili, soldati fedeli al regime e ribelli perdano la vita per le strade delle cittadine siriane.
Da quando è iniziata la rivolta, nel marzo del 2011, sono morte, secondo le stime dell’Onu, ben 60.000 persone. Tutto questo non è però bastato a convincere le Nazioni Unite ad intervenire materialmente. L’unica iniziativa concreta è stata l’istituzione nel novembre del 2011 di una Commissione indipendente di inchiesta. Troppo poco, se si pensa che in Siria la popolazione civile sta subendo, quando non perde la vita, crimini atroci.
Arresti arbitrari, esecuzioni sommarie, sparizioni forzate, violenze sessuali, torture e violazioni varie. Un inferno vero e proprio, descritto anche nei rapporti delle diverse organizzazioni umanitarie come Amnesty International e Human Rights Watch. Tuttavia nessuno interviene e allora il presidente siriano Bashar al Assad, contro il quale è in atto la rivolta, ma anche i ribelli sono liberi di agire “impunemente”, di commettere qualunque crimine.
Solo nella giornata di martedì nei pressi di Homs sono stati uccisi oltre 100 civili e la colpa, ha denunciato l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria, sarebbe dell’esercito.
Mercoledì, invece, una doppia esplosione nell’Università di Aleppo ha causato la morte di 87 persone e il ferimento di altre 160. Tutti studenti e forse anche qualche rifugiato, ospitato nel campus a causa del conflitto. Questa volta, però, non è chiaro chi sia stato l’autore dell’attentato: esercito e ribelli si scaricano le colpe a vicenda. Solo la Russia è convinta che Assad non sia il responsabile della strage.
Date le circostanze, nei prossimi giorni verremo ancora a conoscenza di altre stragi e di altre vittime. E questa sembra essere una situazione destinata ad andare avanti per molto tempo, almeno fino a quando non verrà contemplato alcun tipo di intervento.
Nel frattempo, la Svizzera ed altri 56 Paesi, tra cui l’Italia, hanno sottoscritto una lettera con la quale si chiede alla presidenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di adottare una risoluzione che deferisca la questione dei crimini commessi in Siria al Procuratore dell’Aia.
Il motivo è semplice, una risoluzione di questo genere permetterà alla Corte penale internazionale di avere competenza sui presunti crimini commessi in terra siriana.
Il Procuratore della Corte, infatti, non può avviare un’indagine sui crimini commessi in Siria, in quanto la giurisdizione della Corte è limitata ai crimini commessi sul territorio o da parte di cittadini di quegli Stati che hanno volontariamente ratificato lo Statuto di Roma e la Siria, come è possibile intuire, non è tra questi Paesi.
Tuttavia, stando a quanto stabilito dallo Statuto di Roma, il Consiglio di Sicurezza ha la possibilità di “attivare” la giurisdizione della Corte in merito a una particolare situazione, a prescindere dal luogo dove sono stati commessi i presunti crimini o dalla nazionalità dei presunti responsabili.
Forse non sarà sufficiente e alcuni Stati membri come Russia e Cina continueranno a difendere Assad.
Intanto, in Siria, si continua a morire. Soldati, ribelli o civili non fa differenza.

(Anche su T-Mag)