martedì 30 ottobre 2012

La lettera dei grillini (ops) ai quotidiani nazionali

Non potendo ancora dettare l’agenda politica del Paese, i grillini si accontentano di indicare ai quotidiani nazionali come scrivere i propri articoli quando, in quanto organi di informazione, parlano del Movimento 5 Stelle.
Le indicazioni, fornite dai grillini milanesi, sono tutte contenute in un’email inviata a diversi giornali e pubblicata online dal Corriere della Sera.
Poche righe, a dir la verità, nelle quali si spiega a “giornalisti, caporedattori, redattori e direttori” quali parole scegliere quando si parla del Movimento 5 Stelle.
Si precisa che termini usare e quali evitare affinché il “vocabolario di riferimento usato dai media sia coerente e corretto”.
Si tratta, commenta il Corriere, “di una sorta di vademecum del perfetto giornalista secondo loro”.
E a via Solferino non hanno tutti i torti, perché nonostante la brevità, l’email dei grillini contiene molte indicazioni: usate il termine “Movimento” non “Partito”, “Portavoce” non “Leader”, “Attivisti del Movimento a 5 Stelle” non “Grillini”, parola “scorretta e anche un po’ offensiva, in quanto riduttiva e verticistica” e così via, fino a chiedere al Sole 24 Ore di modificare un titolo giudicato scorretto in quanto pieno zeppo, secondo loro, di errori.
Insomma, ora i quotidiani italiani non potranno dire di non sapere. I grillini li hanno avvisati.
Ma nella settimana delle elezioni regionali siciliane, i grillini non hanno solo educato i giornalisti italiani su come va redatto un articolo quando si parla del loro partito, hanno ricevuto, a loro volta, una lezione direttamente dal loro leader, il comico Beppe Grillo.
Con un comunicato diffuso direttamente dal suo sito, Grillo ha dettato una serie di regole e regoline da seguire pedissequamente qualora un esponente del Movimento dovesse essere eletto alle prossime elezioni politiche. “Un codice di comportamento” al quale attenersi una volta eletti. Tutto in nome della trasparenza e della legalità: “rendicontazione spese mensili per l’attività parlamentare (viaggi, vitto, alloggi, ecc)” o anche, ad esempio, “il parlamentare eletto dovrà dimettersi obbligatoriamente se condannato, anche solo in primo grado, nel caso di rinvio a giudizio sarà invece sua facoltà decidere se lasciare l’incarico”.
Tutto molto nobile, tutto molto bello. Sempre se poi tali regole verranno applicate nella vita reale e non resteranno un semplice “fioretto”.
Al momento, non possiamo dirlo. Possiamo solo riflettere ancora sul significato della lettera dei grillini milanesi: chiedere ad un giornalista di usare determinati termini, di adottare un glossario che ha ottenuto il via libera di un partito o movimento, che dir si voglia, è quanto più di antidemocratico ci possa essere.
Inoltre, questa volta non deve passare il messaggio che inviare una lettera con un contenuto simile sia stato semplicemente un gesto ingenuo. Ora i grillini sono una realtà politica a tutti gli effetti, i risultati delle elezioni siciliane lo dimostrano ampiamente. Ogni loro azione è un gesto politico e in quanto tale deve essere responsabile nel rispetto delle norme che regolano la vita della nostra democrazia, perché questo siamo.
Perché c’è modo e modo, con cui si chiede qualcosa. C’è tono e tono, con cui ci si rivolge a qualcuno. E certe, troppe cose di questa letterina ci hanno ricordato richieste, diciamo così, che si avanzano solo ad una certa stampa. Quella di regime.


(Anche su T-Mag)

venerdì 26 ottobre 2012

"Il giornalismo si fa per il giornalismo"

Intendiamoci, non vogliamo insegnare il mestiere a nessuno. Anche noi, nel nostro piccolo e come redazione, non siamo esenti da errori, sviste e quant’altro.
Queste poche righe vogliono rappresentare solo una riflessione, che parte dal caso della notizia che non era notizia, quella della ragazza nera “bruciata viva” dal Ku Klux Klan ma che in realtà si era data fuoco da sola.
Ecco, questo episodio mette in luce alcuni aspetti di un certo modo di fare giornalismo. Quel rincorrere la notizia a tutti i costi con il solo scopo di creare il caso. Quell’aver per forza anche noi l’articoletto su un fatto o fattarello, senza aver la premura di verificarne l’effettiva notiziabilità.
Tutto ciò con un solo obiettivo: attirare più lettori, accaparrarsi quanti più clic possibili.
Nelle righe che seguono, leggerete un virgolettato. Le parole non sono nostre, ma le condividiamo e la loro paternità la sveleremo solo alla fine.
“Se qualcuno di voi vorrà fare questo mestiere sfuggite alla tentazione dello scoop! Ricordate che esso è la scorciatoia dei somari. Consente di arrivare prima, ma male. Il pubblico è uno strano animale, sembra uno che capisce poco ma si ricorda, e se vi giocate la sua fiducia siete perduti. Questa fiducia bisogna conquistarsela seriamente e faticosamente, giorno per giorno. Questo non ci mette al riparo dall’errore, ma impone l’obbligo di denunziare noi stessi, quando ci accorgiamo dell’errore, e di chiedere scusa al lettore. Se volete fare questo mestiere, ricordatevelo bene […]. La cosa fondamentale di un giornale è la cosiddetta audience. L’audience procura pubblicità, perché un giornale non deve solo vivere, ma deve anche produrre soldi, soprattutto se vuole essere indipendente. Un giornale che deve chiedere soldi a qualcuno è per forza di cose suo servo […]. E’ l’audience nelle sue forme più volgari che ci obbliga a involgarire il giornale, che per stampare deve battere questa strada. Questa strada però non ci conduce a niente. Noi avremo un giornalismo sempre peggiore perché sempre più in cerca di audience, sempre più in cerca di pubblicità e quindi sempre più portato ad assecondare i peggiori gusti del pubblico, invece di correggerli. Intendiamoci, il pubblico è sempre il nostro padrone, non si può prenderlo di petto, ma lo si deve educare. Senza mostrarlo però, perché non c’è niente di peggio degli atteggiamenti da mentori […]. Questo è l’impegno che dovete assolvere. Per farlo non c’è sofferenza che ve ne possa sconsigliare e questo mestiere è bellissimo. Non conduce a niente ma è bellissimo. Il giornalismo si fa per il giornalismo, e per nessun’altra cosa”.
Queste sono parole di Indro Montanelli, raccolte nel corso della sua ultima lezione di giornalismo tenuta all’Università di Torino. Era il 12 maggio del 1997.

(Anche su T-Mag)

mercoledì 24 ottobre 2012

Noi giovani siamo davvero così choosy?


E così ce lo dicono anche in inglese, che fa molto europeo e quindi sempre molto trendy.
Noi giovani, ci ha consigliato il ministro del Lavoro e delle Pari opportunità Elsa Fornero, non dobbiamo essere troppo choosy  quando entriamo per la prima volta nel mondo del Lavoro. Dobbiamo“prendere la prima offerta e poi vedere da dentro e non aspettare il posto ideale”.
Choosy, dice Lei. Termine che in lingua nostrana suona come “schizzinoso”. Parola che non è piaciuta a molti qui in Italia. Ma non è la prima volta, già in passato la classe politica ha criticato i suoi giovani, accusandoli di essere un problema per il Paese.
Nel 2007, PadoaSchioppa usò il termine “bamboccioni”.  Quattro anni dopo, era il 2011, l’allora ministro Renato Brunetta la definì “l’Italia peggiore” perché precaria. E, infine, nel 2012 il viceministro Martone usò il termine “sfigati” per indicare i giovani che conseguivano la laurea in ritardo. Insomma, non è la prima volta e, forse, non sarà nemmeno l’ultima.Ma nel caso Fornero, vale la pena riflettere un attimo. Il ministro ha sbagliato a generalizzare. A fare, come si è soliti dire, di tutta un’erba un fascio. E, soprattutto, ha sbagliato nella tempistica.
Perché in un Paese  in crisi come l’Italia, il governo tecnico, supportato dai partiti di maggioranza, non sembra impegnarsi molto per risolvere un problema vero: quello della disoccupazione giovanile. Parte della riforma del Lavoro è stata pensata per i giovani, diranno loro. Ma rendere il mercato del lavoro più flessibile e dinamico in una prospettiva di crescita non sembra la soluzione adatta. Serve dare delle garanzie per il futuro, non precarietà. Guardiamo per un momento i dati: la disoccupazione tra i laureati triennali, secondo una rilevazione condotta da AlmaLaurea, è passata dal 16% del 2009 al 19% del 2010. Peggio va ai laureati con specialistica: quelli senza lavoro si attestano al 20%. Mentre, più in generale, la fetta di popolazione attiva che comprende i 15-24enni senza un lavoro ha oltrepassato (e di molto) la soglia psicologica del 30%.
Tanti, troppi sono i giovani senza un’occupazione e che, anche volendo, non riescono ad entrare nel mondo del Lavoro. Tutto questo perché, molto spesso, i ragazzi alla ricerca di un primo incarico non sono ritenuti all’altezza.
Ma pensiamo anche a chi un lavoro già ce l’ha. Le forme contrattuali, per lo più precarie, non danno garanzia alcuna.
La situazione non è delle migliori, coni giovani guardano con una sfiducia crescente il futuro che, in realtà, dovrebbe appartenergli di diritto.
Ps. Detto questo, è opportuno fare una considerazione: muoversi, vivere nel mondo del Lavoro non è mai stato semplice per nessuno. Né per i nostri nonni, né per i nostri padri. Ma ciò non vuol dire che debba per forza esserlo per noi e i nostri figli.
(Anche su Tribuna Italia)

mercoledì 3 ottobre 2012

Il caso Guareschi, una storia italiana


Molti dei problemi che ci affliggono sono gli stessi con i quali chi ci ha preceduto si è dovuto confrontare a suo tempo.
I motivi si differenziano da caso a caso, ma molto spesso la colpa è di quell’immobilismo che caratterizza da sempre il nostro Paese. Quel non far niente fino a quando non scoppia il caso e allora ci si accorge che qualcosa forse andava fatto e meglio.
Prendiamo la vicenda Sallusti e il reato di diffamazione per il quale è stato condannato a 14 mesi di reclusione. Emessa la sentenza, la politica si è resa conto di dover mettere mano all’ordinamento. Perché, dicono, un giornalista non può andare in carcere per un reato simile. Tutto questo dopo anni e anni durante i quali non si è fatto niente, quando in realtà un precedente già c’era stato. Infatti il direttore de Il Giornale non è il primo. Altri, prima di lui, ci sono già passati. Giovanni Guareschi, ad esempio.
Nel 1954 il direttore di Candido, già condannato quattro anni prima a otto mesi con la condizionale per vilipendio all’allora presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, fu citato per diffamazione dall’ex presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi.
Guareschi, infatti, aveva pubblicato sulle pagine del proprio settimanale due lettere dalle quali emergeva che De Gasperi, durante la seconda guerra mondiale, avesse chiesto agli Alleati di bombardare una zona periferica di Roma, “affinché – si leggeva in una delle missive – la popolazione si decida ad insorgere al nostro fianco”. Nonostante in molti cercarono di convincerlo a desistere dal farlo, Guareschi non ne volle sapere e agendo di testa sua, decise di pubblicarle.
De Gasperi se ne risentì e reagì querelando il direttore di Candido. Il tribunale, chiamato ad esaminare il caso, diede ragione all’ex presidente del Consiglio, giudicando le lettere dei falsi e condannando Guareschi a dodici mesi di carcere che, sommati alla sentenza del 1950, fecero un anno e otto mesi di reclusione.
Guareschi decise di non ricorrere in Appello. E il perché il direttore di Candido lo spiegò in un articolo pubblicato il 23 aprile del 1954.
No, niente Appello. Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma – scriveva Guareschi – un costume. La sentenza è regolare, ha il crisma della legalità. Il costume è sbagliato, e non è una questione che riguardi la Magistratura: è una questione di carattere generale, che riguarda l’Italia intera.
Non è un colpo di testa: io non ho il temperamento dell’aspirante eroe o dell’aspirante martire. Io sono un piccolo borghese, un qualsiasi padre di famiglia che, avendo dei figli, ha dei doveri.
Primo dovere: quello di insegnare ai figli il rispetto della dignità personale. Se non avessi dei figli potrei infischiarmene, venire a patti, a compromessi. Potrei rinunciare a tutta o a parte della mia dignità. Così non si può. In tutta questa faccenda hanno tenuto conto dell’ ”alibi morale” di De Gasperi e non si è neppure ammesso che io possegga un “alibi morale”.
Quarantacinque o quarantasei anni di vita pulita, di lavoro onesto, non sono un luminoso “alibi morale”?
Me l’hanno negato.
Hanno negato tutta la mia vita, tutto quello che ho fatto nella mia vita.
Non si può accettare un sopruso di questo genere. Se il tuo nemico ti sputa in faccia, non puoi ricorrere in Appello per ottenere che ti ripulisca la faccia col fazzoletto.
Se il mio nemico mi porta via il figlio, non posso mettermi a patteggiare con lui perché mi restituisca almeno una gamba di mio figlio. M’avete condannato alla prigione?
Vado in prigione. Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stato dato ingiustamente. Il pugno l’ho già preso e nessuno potrà far sì che io non l’abbia già preso. Non mi pesa la condanna in sé, ma il modo.
“E il modo ancor m’offende”. Invece di un anno, due anni potevano darmi: ma dopo aver dimostrato che si era tenuto conto della possibilità che io fossi un comune onesto uomo sdrucciolato nel baratro della disonestà. Mi hanno invece trattato come il delinquente incapace di compiere un azione onesta. Non perché avessi ammazzato mia madre a colpi di scure, ma perché avevo tentato di offendere De Gasperi. Non hanno neanche voluto ammettere che io possa essere un povero cretino: mi hanno accusato di essere intelligente, di aver agito a ragion veduta, con malafede nera. Mi hanno negato ogni prova che potesse servire a dimostrare che io non avevo agito con premeditazione, con dolo. Non è per la condanna, ma per il modo con cui sono stato condannato. […] No, niente Appello. E’ inutile che insistiate, amici.
La mia dignità di uomo, di cittadino e di giornalista libero è faccenda mia personale e, in tal caso, accetto soltanto il consiglio della mia coscienza. Riprenderò la mia vecchia e sbudellata sacca di prigioniero volontario e mi avvierò tranquillo e sereno in quest’altro Lager. Ritroverò il vecchio Giovannino fatto d’aria e di sogni e riprenderò, assieme a lui, il viaggio incominciato nel 1943 e interrotto nel 1945. Niente di teatrale, niente di drammatico. Tutto semplice e naturale. Per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione”.
Guareschi scontò la pena dal primo all’ultimo giorno. Senza sconti.
(Anche su T-Mag)